Journal du voyage de Montaigne/Partie 4

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ASSAGGIAMO di parlar un poco questa altra lingua, massime essendo in queste contrade dove mi pare sentire il più perfetto favellare della Toscana, particolarmente tra li paesani ché non l’hanno mescolato & alterato con li vicini. Il Sabbato la mattina a bona ora andai a tor l’acqua di Bernabò. Questa è una fontana fra le altre di questo monte : & è maraviglia come ne ha tante e calde, e fredde. Non è troppo alto. Ha forse tre miglia di circuito. Non si beve che della nostra fontana principale, e di questa altra che s’usa pochi anni fa. Un Bernabò leproso avendo assaggiato & acque, e bagni di tutte le altre fontane, si risolse a questa abbandonato : dove guarì. Di là è venuta in credito. Non ci è case intorno, e solamente una piccola coperta, e sedie di pietra intorno al canale : il quale essendo di ferro, e messo là poco fa, è la più parte mangiato di sotto. Si dice, ch’è la forza dell’acqua che lo consuma ; & è molto verisimile. Questa acqua è un poco più caldetta che l’altra, e, per l’opinione publica, più grave, e violenta. Ha un poco più d’odore di sulfine, ma tuttavia poco : e dove cade, imbianca il loco di colore di cenere come le nostre, ma poco. Discosta del mio alloggiamento un miglio poco manco, girando il piede della montagna, suo sito è più basso assai che tutte le altre calde. E circa una lancia, o due, del fiume, ne tolsi cinque libre con qualche disagio perchè non stava troppo bene della persona questa mattina. Il giorno innanzi avea fatto un grande esercizio di tre miglia circa di poi pranzo al caldo, e di poi cenare. Sentii l’effetto di questa acqua di qual cosa più gagliardo ; cominciai a smaltirla fra una mezz’ora. Presi una gran svolta come di due miglia per tornare a casa. Non so se questo esercizio estraordinario mi portasse giovamento, perchè gli altri giorni tornava subito alla mia stanza acciocché l’aria mattutina non mi freddasse : e le case non sono trenta passi discoste del fonte. La prima acqua che buttai fuora, fu naturale con arenella assai : le altre albe, e crude. Flati infiniti. Circa la terza libra ch’io smaltii, cominiciò di ripigliare non so che di rosso. Più della metà aveva messa giù innanzi il desinare. Voltante questa montagna di tutti versi trovai molte polle di fontane calde. Et oltre a questo dicono ancora li contadini, ch’in certi lochi l’inverno si vede, ch’ella fuma : argomento che ce n’e ancora d’altre. Mi paiono a me quasi calde a un modo, senza odore, senza sapore, senza fumo al paragone delle nostre. Viddi un altro loco a Corsenna più basso assai che li bagni, dove sono gran numero d’altre doccie più comode che le altre. Dicono essi, che sono piú fontane che fanno questi canali ; che sono otto, o dieci & hanno in capo un scritto di diversi nomi a ogni canale, la Saporita, la Dolce, la Innamorata, la Corona, la Disperata &c., accennando gli effetti loro. A la verità sono certi canali più caldi l’un che l’altro.

Le montagne d’intorno sono quasi tutte fertili di grano, & uva. E dove cinquanta anni per l’addietro erano piene di boschi, e di castagne, poche montagne pelate si vedono con la neve al capo, ma discoste assai. Il popolo mangia pane di legna : così dicono in proverbio pane di castagne, ch’è loro principale ricolta : & è fatto come quel che si domanda in Francia pein d’espisse. Di bode e biscie, non ne vidi mai tante. E per paura delle biscie li ragazzi non hanno l’ardire più volte di ricogliere le fragole : che ce ne fa grandissima abondanzia nella montagna, e fra le siepi. Alcuni a ogni bicchiere d’acqua pigliano tre, o quattro grani di coriandro confetto per far sventare. La domenica di Pasqua 14 di maggio presi dell’acqua di Bernabò cinque libre e più, perchè il vetro mio capiva più d’una libra. Le quattro principali Feste dell’anno le chiamano Pasqua. Buttai assai d’arenella la prima volta : & avanti che fusseno due ore, avea smaltito più di dui terzi dell’acqua secondo che l’aveva presa con voglia d’orinare & appetito usato alli altri bagni. Mi tenne il corpo lubrico : e mi scaricai di quella banda assaissimo. La libra d’Italia non è che di 12 oncie. Si vive qui a bonissimo mercato. La libra di carne di vitella bonissima, e tenerissima, circa tre soldi Franzesi. Ci fa assai trutte, ma piccole. Ci sono buoni artigiani a far parasoli : e se ne porta di quì per tutto. Il paese è montuoso : e si trova poche strade pari. Tuttavia ce ne sono d’assai piacevoli : e fino alli viali della montagna sono la più parte lastricati. Feci dopo pranzo un ballo di contadine, e ci ballai ancor`io per non parer troppo ristretto. In certi lochi d’Italia, come in tutta la Toscana, & Urbino, fanno le donne gl’inchini alla Francese delli ginocchi. Darente del canale di questa fontana della villa c’è un marmo quadro che ci è stato messo sono giusto 100 anni queste cal. di Maggio, dove sono scritte le virtù di questo fonte. La lascio perché si trova questa scritta in assai libri stampati dove si parla de’ bagni di Lucca. A tutti li bagni si ritrovano assai orioli per il servizio comune. Ne aveva sempre due su la mia tavola, che mi furono prestati. Questa sera non mangiai altro che tre fette di pane arrostite con buturo e succara senza bere. Lunedì giudicando, che questa acqua avesse abbastanza aprito la strada, ritornai a ripigliare quella della fontana ordinaria, e ne presi cinque libre. Non mi mosse a sudore come avea usato fare. La prima volta ch’io smaltiva l’acqua, buttava delle arenella che parevano in fatti pietre spezzate. Questa acqua mi parse, a comparazione di quella di Bernabó, come fredda ; conciosiacosachè quella di Bernabó abbia una caldezza molto moderata, e non arrivi di gran lunga a quelle di Plomieres né all’ordinaria di Banieres. Fece buon effetto d’ambedue le bande : è così fu la mia ventura di non credere questi Medici ch’ordinavano d’abbandonare il bere subito ch’il primo giorno non succedeva. Il Martedì 16 di Maggio, come è l’usanza di queste bande (e mi piace) intermessi il bere : e stetti al bagno un’ora e più, sotto la polla, perché mi pare l’acqua fredda in altri lochi. Ebbi paura (sentendo durar tuttavia questi venti nel ventricolo, & intestino, senza dolore, e pochi al stomaco) che l’acqua ne desse particulare causa : per questo l’intermissi. Mi piacque molto il bagno sì che mi ci fussi volentieri addormentato. Non mi mosse il sudore, sì bene il corpo. M’asciugai bene, e stetti un pezzo nel letto. Si fanno le rassegne de i soldati d’ogni Vicariato ogni mese. Il Colonnello, nostro uomo, dal quale riceveva un mondo di cortesie, fece la sua. Erano 200 soldati piquieri & harquebusieri. Li fece combattere. Sono troppo pratichi per paesani. Ma questo è il suo principale carico di tenerli in ordine, & insegnare la disciplina militare. Il popolo fra se è tutto diviso in la parte Francese, e Spagnola : e tuttavia si fanno questioni d’importanza in questa briga. Di questo fanno publica dimostrazione. Le donne e gli uomini di nostra parte portano li mazzi di fiori sur l’orecchia dritta, la berretta, fiocchi di capelli, & ogni tal cosa : gli Spagnuoli dall’altra banda. Questi contadini, & le lor donne, sono vestiti da gentiluomini. Non si vede contadina che non porti le scarpe bianche, le calzette di filo belle, il grembiale d’ermesino di qualche colore : e ballano, fanno capriole e molinetti molto bene. Quando si dice il Principe in questa Signoria s’intende il Consiglio de’ 120. Il Colonnello non può pigliar moglie senza licenzia del Principe, e l’ha con grande difficultà perchè non vogliono, che faccia amici, e parentadi nella patria : e non può ancora comprar nissuna possessione. Nissun soldato parte della patria senza licenza : e ce ne sono molti mendicanti per povertà, in quelle montagne ; e del guadagno comprano le arme loro.

Mercordì fui al bagno, e ci stetti più d’un’ora, sudai là un poco, mi bagnai la testa. Si vede là, che l’uso Todesco è comodo l’invernata a scaldar panni, & ogni cosa, a queste loro stufe, perchè il bagnaiuolo nostro tenendo un poco di carbone sotto un focone, & alzandogli la bocca con un mattone acciocché riceva l’aria per nutrire il fuoco, scalda benissimo, e subito, li panni, anzi più comodamente ch’il fuoco nostro. Il focone è un bacino nostro.

Qui si domandano bambe le zitelle, e giovani da marito : e putti li ragazzi fin alla barba. Il Gobbia fui un poco più sollecito, e presi il bagno più per tempo, sudai un poco al bagno, bagnai la testa sotto la polla. Sentiva le forze un poco indebolite del bagno, un poco di gravezza ai reni, buttando tuttavia le arenelle come del bere, e delle flegma assai. Anzi mi pareva, che faccessino il medesimo effetto che bevute. Continuai Venerdì. Ogni giorno si vendeva infinite some di questo fonte, e dell’altro di Corsenna, per diverse parti d’Italia. Mi pareva, che questi bagni mi rischiarassino il viso. Era travagliato sempre da questi flati circa il pettignone senza dolore, e per quello buttava nell’orine molta schiuma, e bulle che non si sfacevano di molto tempo. Qualche volta ancora de i peli negri, pochi. Mi sono accorto altre volte, ne che buttava assai. Per ordinario faceva l’orine torbide e cariche di roba. Sopra il suolo suo aveva l’orina del strutto. Questa nazione non ha il nostro costume di mangiar tanta carne. Non si vende altro che carne ordinaria. Non ne fanno appena il prezzo. Un levoratto bellissimo in questa stagione mi fu venduto alla prima parola, come di dire, sei soldi nostri. Non se ne caccia, non se ne porta, perché nissun li compra. Il Sabbato perché faceva un tempo torbido, e vento tal che si sentiva il difetto di pannate, e vetri, mi stetti cheto senza bagnare, e senza bere. In questo vedeva un grand’effetto di queste acque, ch’il Fratello mio che mai non s’era accorto di far arenella né da se, né nelli altri bagni dove aveva bevuto con esso me, ne buttava qui tuttavia infinite. La Domenica mattina mi bagnai, non la testa : e feci dipoi pranzo un ballo a premi publici, come si usa di fare a questi bagni : e volsi dare il principio di questo anno. Prima, cinque, o sei giorni innanzi, feci publicare per tutti i lochi vicini la festa. Il giorno innanzi mandai particolarmente a invitare tutti li Gentiluomini, e Signore, che si trovavano all’uno e l’altro bagno. Gli faceva invitar io al ballo, e poi alla cena. Mandai a Lucca per li premi. L’uso è, che se ne danno più, per non parer scegliere una sola donna fra tutte, per schifare e gelosia ; e sospetto. Ce n’è sempre otto, o dieci per le donne : per gli uomini due, o tre. Fui richiesto da molte di non scordare chi se stessa, chi la nipote, chi la figliuola. Gli giorni innanzi Messer Giovanni da Vincenzo Saminiati, secondo che gliene avea scritto, molto mio amico, mi fece portar di Lucca una cintura di corame, & una berretta di panno nero per gli uomini. Per le donne dui grembiali di tafetas, l’uno verde, l’altro pavonazzo (perché bisogna avvertire, che ci sia sempre qualche premio più onorevole per favorir una o due che volete) due grembiali di buratto, 4 carte di spille, 4 paia di scarpette (ma di queste ne diedi uno a una bella giovane fuora del ballo) un paro di pianelle (il quale giunsi a un paro di scarpette, e ne feci di questi dui uno solo premio), 3 reti di cristallo, e 3 intrecciature, che facevano tre premi ; 4 vezzetti. Furono premi 19 per le donne. Venne tutto a sei scudi poco più. Ebbi cinque fiffari. Gli dava a mangiare tutto il giorno, & un scudo a tutti : che fu la mia ventura, perché non lo fanno a questo prezzo. Questi premi s’appiccano a un certo cerchio molto adornato d’ogni banda, e si mettono alla vista del mondo.

Cominciammo noi il ballo con le vicine alla piazza : e temeva al principo, che restassimo soli. Fra poco giunse gran compagnia di tutte le bande, e particolarmente parecchi Gentiluomini di questa Signoria, e Gentildonne, le quali io ricevetti, & intrattenni secondo la mia possa. Tanto è, che mi parve, che ne restassino satisfatti. Perché faceva un poco caldo, adammo alla sala del palazzo di Buonvisi molto convenevole. Come il giorno cominciò a calare sulle 22 m’indrizzai alle Gentildonne di più importanza : e dicendo, che non mi bastava l’ingegno, e l’ardire di giudicar di tante bellezze, e grazia, e buon modi ch’io vedeva a quelle giovani, le pregava, pigliassino questo carico di giudicare esse, e premiare la compagnia secondo i meriti. Fummo là su le cerimonie perché esse rifiutavano questo carico che pigliavano a troppa cortesia. In fine ci mescolai questa condizione, che se lor piacesse ricevermi ancora di consiglio loro, ne diria la mia opinione. Per effeto fu, ch’i’andava scegliendo con gli occhi or questa, or quella : dove non mancai a aver certo rispetto alla bellezza, e vaghezza proponendo, che la grazia del ballo non dipendeva solamente del movimento de’ piedi, ma ancora del gesto, e grazia di tutta la persona e piacevolezza, e garbo. Gli presenti furono così distribuiti, chi più, chi manco, secondo il valore, questa Signora offerendoli alle ballatrici da parte mia, & io al contrario rimettendo a Lei questo obbligo tutto. Andò la cosa assai ordinatamente, e regolatamente : fuora che una di queste rifiutò il premio. Ben mi mandò pregare, che io lo dessi per amor suo a un’altra : e questo non lo comportai. Questa non era delle piú favorite. Si chiamava una per una dal suo loco, e veniva a trovare questa Signora, e me, ch’eramo a sedere darente l’un l’altro. Io dava il presente che mi pareva, alla Signora, basciandolo : e Lei pigliandolo lo dava alla Giovane dicendole con buon modo : ecco il Signor Cavaliere che vi fa questo bel presente : ringrazia. Anzi n’avete l’obbligo a sua Signoria che vi ha indicato degna di premiarvi fra tante altre. Ben mi rincresce, che non sia il presente più degno di tale virtù vostra : diceva, secondochè erano. Fu d’un tratto fatto il medesimo alli uomini. Non si mettono in questo conto li Gentiluomini, nè Gentildonne, conciosiachè abbino parte della danza. Alla verità è bella cosa, e rara a noi altri Francesi, di veder queste contadine tanto garbate vestite da Signore ballar tanto bene : & a gara di nostre Gentildonne, le più rare in questa virtù, ballano altro. Invitai tutti alla cena, perché li banchetti in Italia non è altro ch’un ben leggiero pasto di Francia. Parecchi pezzi di vitella, e qualche paro di pollastri, è tutto. Ci stettero a cena il Colonnello di questo Vicariato Sig. Francesco Gambarini Gentiluomo Bolognese, mio come fratello : un Gentiluomo Francese, non altri. Fuora che feci mettere a tavola Divizia. Questa è una povera contadina vicina duo miglia de i bagni, che non ha, né il marito, altro modo di vivere che del travaglio di lor proprie mani, brutta, dell’età di 37 anni. La gola gonfiata. Non sa né scrivere, né leggere. Ma nella sua tenera età avendo in casa del patre un zio che leggeva tuttavia in sua presenzia l’Ariosto, & altri poeti, si trovò il suo animo tanto nato alla poesia, che non solamente fa versi d’una prontezza la più mirabile che si possa, ma ancora ci mescola le favole antiche, nomi delli Dei, paesi, scienzie, uomini clari, come se fusse allevata alli studi. Mi diede molti versi in favor mio. A dir il vero non sono altro che versi, e rime. La favella elegante, e speditissima. La compagnia del ballo fu di cento persone forestiere, e più, con questo che il tempo fusse incomodo : che allora si fa la ricolta grande e principale di tutto l’anno, di seta : & in quei giorni s’affaticano senza rispetto di festa nissuna a coglier mattina e sera le foglie di mori per loro bigatti e frugelli : & a questo lavoro s’adoprano tutte queste giovani. Il Lunedì la mattina fui al bagno un poco più tardi perché mi feci radere, e tosare. Mi bagnai la testa, e la docciai più d’un quarto d’ora sotto la gran polla.

Del mio ballo fu tra li altri il Signor Vicario che tiene la ragione. Si domanda un Magistrato semestre, che la Signoria manda a ogni Vicariato per indicar delle cause civili in prima instanzia, e definisce a certa piccola somma. C’è un altro Officiero per le cause criminali. A costui diedi ad intendere, che mi pareva ragionevole, che la Signoria mettesse qualche regola (il che sarebbe molto facile : e line diedi gli modi che mi parevano più a proposto) che un numero infinito di mercanti, che vengono quà a pigliar di queste acque, e le portano per tutta l’Italia, portassino fede di quanta acqua si caricano, per levarli l’occasione di far qualche furfanteria. Di che gli dava una esperienzia mia, ch’era tale. Uno di questi mulattieri venne a mio oste uomo privato, e lo pregò darli una scritta per testimonio che lui portava via 24 some di questa acqua : e non ne aveva che quattro. L’oste al principio lo rifiutò per questo : ma l’Altro soggiunse, che fra quattro o sei giorni era per tornare a cercarne venti some. Diceva io, che questo mulattiere non era tornato. Ricevette molto bene questo mio avviso il Signor Vicario ; ma s’ingegnò, quanto poté, a sapere chi era questo testimonio, e chi era il mulattiere, qual forma, qual cavalli. Né l’uno né l’altro mai non li volsi dire, mai. Li dissi ancora, ch’io voleva dar principio a questo costume che si vede in tutti li bagni famosi d’Europa, che le persone di qualche grado ci lasciano le arme loro, pegno dell’obbligo c’hanno a queste acque : del che Lui me ne ringraziò molto per la Signoria. In questi giorni si cominciava in qualche lochi a segare il fieno. Il Martedì stetti al bagno due ore, e m’adocciai la testa un quarto d’ora poco più. Ci venne ai bagni in questi giorni un Cremonese mercante abitante in Roma. Pativa di molte infirmità estraordinarie. Parlava tuttavia, andava, e, da quel che si vedeva, assai allegro della vita. Il principal difetto era alla testa : per la debolezza della quale dice, ch’avea in modo persa la memoria, che mangiando mai non si ricordava di quel che li era stato messo innanzi alla tavola. Se partiva di casa per andar per qualche suo servizio, dieci volte bisognava, che tornasse a casa a domandar dove era per andare. Il Pater noster a pena lo poteva finire : dal fine veniva cento volte al principio, non s’avvedendo mai al fine, ch’avesse cominciato, né al ricominciare, ch’avesse finito. Era stato sordo, cieco ; e patito dolor di denti. Sentiva tanto calore alle reni, che bisognava, che ci avesse sempre un pezzo di piombo intorno. Viveva sotto la regola de i Medici con una religiosissima osservanzia già più anni. Era cosa piacevole di veder le diverse ordinazioni de i Medici di diverse parti d’Italia tanto contrari, e particolarmente sul fatto di questi bagni, e doccie : che di venti consulte non ci erano due d’accordo, anzi accusavano, e dannavano l’una l’altra quasi tutte d’omicidio. Pativa costui un accidente per la cosa de i venti mirabile, cioè che li uscivano con tanta furia gli flati per le orecchie, che il più delle volte non lo lasciavano dormire. Anzi quando sbadacciava sentiva sentiva subito uscire venti grandissimi per le orecchie. Diceva, per avviare il ventre, ch’il migliore rimedio che avesse, era di metter quattro coriandri confetti grossi un poco nella bocca, e poi avendoli bagnati e levigati un poco, metterli nel buso : e che facevano un apparentissimo, e subito effetto. A lui vidi il primo di questi cappelli grandi fatti di piume di pavone, coperti di tafetaso leggiero il buso del capo, alto d’un gran palmo, e grosso : e là dentro una scuffia di ermesino secondo la grandezza della testa acciocch’il sole non penetri ; e le ale intorno d’un piede e mezzo di larghezza, in iscambio de’ nostri parasoli che a la verità danno fastidio a portarli a cavallo.

Perché mi son altre volte pentito di non aver più minutamente scritto sul suggetto delli altri bagni, per pigliar regola & essempio ai seguenti ; questa volta mi voglio stendere, e slargare. Il Mercordì andai al bagno. Sentii un calore nel corpo, e sudore oltra il solito, un poco di debolezza, siccità, & asprezza nella bocca, e non so che stordimento all’uscire del bagno, come m’accadeva a tutti li altri per la caldezza delle acque Plomieres, Banieres, Preissac. A quelle di Barbotan, & a questo, no, se no questo Mercordì ; sia che ci era andato molto più per tempo che li altri giorni, non avendo ancora scaricato il corpo, sia che trovai l’acqua assai più calda del solito. Ci fui una ora e mezza, e circa un quarto d’ora m’adocciai la testa. Faceva molte cose contra la regola comune. D’addocciarmi nel bagno, perché l’uso è di fare particolarmente l’uno, e poi l’altro. D’addocciarmi di quest’acqua, dove pochi sono che non vadano alle doccie dell’altro bagno, e là ne pigliano di questa polla, o quella, chi prima, chi seconda, chi terza, secondo la prescritta de’ Medici. Di bere, e poi bagnare, e poi bere, mescolando così li giorni l’un fra l’altro, dove gli altri bevono certi giorni, e poi d’un tratto si mettono in bagno. Di non osservar il spazio del tempo, perché li altri bevono dieci giorni al più, e bagnano 25 giorni al manco di mano in mano. Di bagnarmi una sola volta il giorno, dove si bagna sempre due volte. D’addocciarmi così poco tempo, dove si sta sempre una ora al manco la mattina, e la sera il medesimo. Quanto al chericare che si fa da tutti, e poi si mette su questo loco un pezzettin di rasa con certe reti che la fermano su la testa, la mia testa leva non ne avea bisogno.

Questo medesimo giorno la mattina venne a visitarmi il Signor Vicario delli principali Gentiluomi di questa Signoria, venendo appunto delli altri bagni dove alloggiava. Fra l’altre cose mi narrò una mirabile istoria di se stesso, che la puntura d’un scargioffolo al polpastrello del pollice certi anni fa l’avea messo prima in tal termine, che fu per morirne d’un crudelissimo mancamento d’animo ; e di là cascò in tal miseria, che fu cinque mesi al letto senza moversi, stando continuamente sopra li reni, li quali sì essendo scaldati di questo oltra modo, partorirono il calculo del quale ha patito assai, più d’un anno, e di coliche. In fine il Padre suo Governator di Velitri li mandò certa pietra verde che li era venuta nelle mani per il mezzo d’un Frate ch’era stato in India. La quale pietra mentre l’ha avuta addosso, non ha mai sentito né dolore, né corso d’arenella. Et in questo stato era dipoi dui anni. Quanto alla puntura li era rimasto il dito, e quasi tutta la mano, inutile, e ancora il braccio tanto indebolito, ch’ogni anno vienne a i bagni di Corsenna per adocciarsi questo braccio & mano, come faceva allora.

Il Comune qui è molto povero. Mangiavano in questi tempi delle more verdi, le quali coglievano delli arbori che spogliavano della fronde per gli bigatti. Perchè era rimaso dubbioso il mercato dell’affitto della casa per il mese di Giugno, volsi chiarirmene con l’oste, il quale sentendo come io era richiesto da tutti sui vicini, e particolarmente dal patrone del palazzo de’ Bonvisi che me l’avea offerto a un scudo d’oro per giorno, risolse di lasciarmelo quanto mi pateria a ragione di 25 scudi d’oro per mese cominciando questo patto il primo di Giugno, e fin la il primo mercato. Questo loco è pienissimo d’invidi fra li abitatori, e d’inimicizie occulte mortali conciò che siano tutti parenti. Mi diceva qui una donna questo proverbio :

Chi vuol, che la sua donna impregni
Mandila al bagno, e non ci vegni.

Questo nella mia casa fra l’altre cose m’era assai grato, che per una via pari mi veniva del bagno al letto, e corta di 30 passi. Mi dispiaceva di veder questi mori spogliarsi di fronde, e far a mezza state viso d’invernata. Le arenelle ch’io buttava continuamente, mi parevano assai più rozze che del solito, e mi lasciavano non so che puntura al cazzo.

Ogni giorno si vedeva d’ogni banda portar a questo loco saggi di diversi vini in piccoli fiaschetti acciò che a chi piacesse delli forestieri ch’erano quá, ne mandasse a recare & erano pochissimi buoni vini ; leggieri, aggretti, e crudi bianchi, o veramente grossi, aspri, rozzi, se non chi mandasse à Lucca, o a Pescia per il Trevisano bianco, forte maturo, e non per questo troppo delicato. Il Giovedì, festa del Corpus Domini, presi il bagno un’ora e più, temperato ; ci sudai pochissimo, e n’uscii senza alterazione alcuna : m’adocciai la testa mezzo quarto d’ora, & al ritorno al letto m’addormentai un pezzo. A questo bagnare, & adocciare, pigliava più di pacere che altramente. Sentiva nelle mani, & altre parti del corpo, della bruzzura, e m’accorgeva di piú, che delli paesani di qua ce n’erano molti rognosi, e putti che pativano del latine. Si fa qui come altrove, che quel che cerchiamo noi con tanta difficultà, l’hanno gli paesani in dispregio : e ne vidi assai, che mai non avevano gustate queste acque, e ne facevano cattivo indizio. Con questo ci sono pochi vecchi. Con le flegma ch’io buttava nell’orina (quel che mi accade di continuo) si vedevano delle arenella inviluppate, e sospese. Mi pareva sentire questo effetto del bagno quando sotto poneva il pettignone alla polla, che mi spingeva fuora i venti. E di certo ho sentito subito, e chiaramente, scemare il sonaglio mio dritto se per caso l’aveva qualche volta gonfiato, come assai volte m’avviene. Di questo conchiudo quasi, che questa gonfiatura si faccia per mezzo dei flati che si rinchiudono. Il Venerdì mi bagnai al solito, & adocciai la testa un pezzetto più. La quantità estraordinaria ch’io buttava d’arenella di continuo, mi faceva dubitare, che potesse essere stata rinchiusa nelle reni perchè sene fusse fatto, chi la ristringesse, una grossa palla : e che più presto fusse che l’acqua la facesse concepire, e di mano in mano partorire. Il Sabbato mi bagnai due ore, & adocciai piú d’un quarto. La Domenica stetti cheto. Al qual giorno un Gentiluomo Bolognese faceva la festa d’un altro ballo. Il mancamento d’oriuoli ch’è in questo loco, & in la piú parte d’Italia, mi pareva molto discomodo. Al bagno c’e una Madonna, e questi versi :

AUSPICIO fac, Diva, tuo, quicumque lavacrum
Ingreditur, sospes ac bonus hinc abeat.

Non si può assai lodare e per la bellezza, e per l’utile, questo modo di cultivare le montagne fin alla cima, facendoci in forma di scaloni delli cerchi intorno d’esse, e l’alto di quelli scaloni adesso appoggiandolo di pietre, adesso con altri ripari, se la terra di se non stà soda ; il piano del scalone, come si riscontra più largo, o più stretto, empiendolo di grano ; e lestremo del piano verso la valle, cioè il giro, e l’orlo, aggirandolo di vigna ; e dove (come verso le crime) non si può ritrovar, né fare piano, mettendoci tutto vigne.

A questo ballo una donna si messe a ballare avendo sur la testa una anguistara piena d’acqua ; e tenendola soda, e ferma, non mancò di molti movimenti gagliardi.

Si stupivano i medici di vedere la piú parte di nostri Francesi bere la mattina, e poi bagnarsi il medesimo giorno. Lunedì la mattina stetti al bagno due ore. Non mi ci adocciai perché presi tre libre d’acqua per capricio, la quale mi mosse del corpo. Bagnava gli occhi ogni mattina, tenendoli aperti nell’acqua. Non ne sentiva effetto né d’un verso, né d’altro. Queste tre libre d’acqua credo che le smaltii al bagno dove pisciai assai volte, e poi sudai un poco più del solito, e per il secesso. Sentendomi gli giorni passati il corpo stitico fuora dell’ordinario usava delli sopraddetti grani di coriandro confetto, li quali mi scacciavano molte ventosità donde era pienissimo, roba poco. Con questo che io mi purgassi mirabilmente i reni, non lasciava di sentirci qualche punture : giudicava, che fusseno più presto ventosità che altro. Martedì stetti due ore al bagno, m’adocciai mezza ora, non bevvi. Mercordì stetti una ora e mezza al bagno, m’adocciai mezza ora circa.

Fin adesso a dir la verità, di quella poca pratica, e domestichezza ch’io aveva con questa gente, non scorgeva questi miracoli d’ingegni e discorsi che gliele dà la fama. Non ci vedeva veruna facultà straordinaria : anzi maravigliarsi e far troppo conto di queste piccole forze nostre. In modo che questo giorno avendo certi Medici a fare una consulta importante per un Signore giovane Signor Paolo de Cesis (nipote del Cardinal de Cesis) ch’era in questi bagni ; da parte sua mi vennero a pregare, che piacesse d’intendere le loro opinioni e controversie, perché lui era risoluto di stare del tutto al giudizio mio. Me ne rideva fra me stesso. M’accaddero assai di simili altre cose qui, & in Roma.

Sentivami ancora tal volta abbagliar gli occhi quando mi affaticava o a leggere, o a fissarli incontra a qualche obietto splendente e chiaro : e n’era in gran travaglio d’animo sentendo continuarmi questo difetto dal giorno che mi pigliò la migrena ultimamente presso a Firenze : cioè una gravezza di testa sur la fronte senza dolore, un certo annuvolar degli occhi che non mi curtava la vista, ma non so come me la turbava alle volte. Di poi la migrena ci era ricascato due o tre volte : & in questi dì si fermava più, lasciandomi pure al restante le azioni libere. Ma dipoi questo addocciarmi la testa mi ripigliava ogni giorno : e cominciai, di avere li occhi bagnati, come anticamente, senza dolore e rossore : come ancora questo patire della testa erano più di dieci anni che non l’avea sentito fino a questa migrena.

Temendo anco, che quest’acqua non m’indebolisse la testa, per questo il Giovedì non volsi adocciarmi e mi bagnai una ora.

Il Venerdì, il Sabbato, la Domenica feci pausa a tutta sorte di cura per rispetto di questo, e che mi trovava assai men allegro della vita, scacciando sempre arenella in furia : ma la testa sempre ad un modo non si saldava in suo bono stato. A certe ore sentiva lì questa alterazione ch’era augmentata del travaglio della fantasia.

Il Lunedì la mattina bevvi in 13 bicchieri 6 libre e mezza d’acqua della fontana ordinaria. Ne smaltii circa 3 libre di bianca, e cruda, innanzi il pasto ; il resto poco poco. Questo mal di testo con cio che non fusse continuo, né molto molesto, m’impeggiorava assai la carnagione. Non ci sentiva difetto o debolezza, come anticamente alle volte, ma solamente peso su li occhi con un poco di vista turbida. Questo giorno cominciarono al nostro piano a tagliare la segola.

Il Martedì al far del giorno andai alla fontana di Bernabò, e ci bevvi 9 libre in sei volte. Pioveva un poco. Sudai un poco. Mi mosse il corpo, e lavò gagliardamente le budella. Per questo non possi giudicare quanto ne avea reso. Orinai poco, ma in due ore avea pigliato colore. Si tiene qui a dozzina sei scudi d’oro, poco più, per mese uno alloggiato in camera particulare, comoda quanto volete : un servitore altrettanto. Chi non servitore, sarà ancor servito dall’oste di più cose a mangiare convenevolmente.

Innanzi che passasse il giorno naturale la smaltii tutta, e più che non avea bevuto di tutto sorte di bevanda. Non bevvi ch’una voltetta per pasto mezza libra. Cenava poco. Il Mercordì piovoso presi 7 libre in 7 volte dell’ordinaria, e le smaltii, e quel ch’io avea bevuto di più.

Il Giobbia ne presi 9 libre, cioè d’un tiro prima 7, e poi avendo cominciato di smaltirla ne mandai a cercare altre due libre. La smaltii per ogni banda. Beveva pochissimo al pasto. Venerdì, e Sabbato, feci il medefimo. Domenica mi stetti cheto.

Lunedì presi 7 bicchieri, 7 libre. Buttava sempre arenella ma un poco manco che del bagno, del quale in questo effetto viddi ancora l’essempio in assai d’altri in un medesimo tempo. Questo dì sentii un dolore al pettignone come del cascar di pietre, e ne feci una picciola. Il Martedì una altra. E posso dire quasi affermatamente essermi accorto, che questa acqua ha forza di spezzarle, perché d’alcune al calare ne sentiva la grossezza ; e poi le buttava in pezzi più minuti. Questo Martedì ne bevvi 8 libre in 8 volte.

Se Calvino avesse saputo, che gli Frati Predicatori di quì si nominavano Ministri, senza dubbio avesse dato altro titolo alli suoi.

Mercordì presi 8 libre, 8 bicchieri. La smaltiva quasi sempre, fino alla mezza parte, cruda e naturale in tre ore, poi qualche mezza libra di rossa e tinta ; il resto di poi pasto, e la notte. In questa stagione si radunava la gente al bagno. E di quelli essempi ch’io vedeva, & opinione delli Medici, medesimamente del Donato scrittore di queste acque, io non avea fatto grande errore di bagnarmi la testa in questo bagno, perché ancora usano, essendo al bagno, d’adocciarsi il stomaco con una lunga canna, attaccandola d’una banda alla polla, e dell’ altra al corpo dentro il bagno, e poiché d’ordinario si pigliava la doccia per la testa di questa istessa acqua : e quel dì che si pigliava, si bagnavano. Così per aver io mescolato l’uno & l’altro insieme, non potti far grande errore, o in cambio della canna d’aver presa l’acqua del proprio canale della fontana. E forse ch’io ho mancato in questo di non continuarla. E quel sentimento ch’io n’ho fin adesso, par essere, c’ho mosso gli umori, i quali col tempo si fussero scacciati, e purgati. Colui permetteva, ch’in un medesimo giorno si bevesse, e bagnasse. Et io mi pento di non aver preso l’ardire, come ne aveva voglia, e con qualche discorso, di berla nel bagno la mattina. Bernabó la lodava molto, ma con queste ragioni & argomenti medicinali. L’effetto di queste acque sopra dell’arenella che continuava in me tuttavia, non si vedeva in parecchi altri liberi di questa infermità. Il che dico per non risolvermi, ch’elle producessero l’arenella che buttano fuora.

Giovedì la mattina fui al bagno una ora senza bagnar la testa, e innanzi il giorno, per aver il primo loco. Di quello, credo, e dell’aver poi dormito al letto, mi sentii male, la bocca asciutta e sitibonda, e caldo in modo che la sera andando al letto bevvi dui grandi bicchieri di quest’acqua rinfrescata. Del che non ne sentii altra mutazione.

Il Venerdì stetti cheto. Il ministro Frate di S. Francesco (così chiamano li Provinciali) valente uomo, e cortese, & erudito, che era al bagno con molti altri Frati di diversa sorte, mi mandò un bel presente di vino bonissimo, massepanni, & altre cose da mangiare.

Il Sabbato non mi curai, andai a desinare a Menalsio, villaggio bello e grande alla cima dell’una di queste montagne. Portai del pesce, e fui ricevuto in casa d’un soldato ricco che ha molto viaggiato in Francia & altri lochi, e preso moglie, & arricchito in Fiandra. Signor Santo si domanda. Sono là infiniti soldati contadini, bella chiesa, e pochi che non abbino viaggiato molto, divisissimi in queste parti di Spagna, e Francia. Senza avvedermene messi un fiore all’orecchia manca. Lo pigliavano a ingiuria li Francesini. Di poi pranzo salii al Forte, ch’è un loco munito di mura grandi alla cima giusto del colle ertissimo, ma per tutto cultivatissimo. E quì per li balzi strabocchevoli, per li dirupi, lochi ripidi, e scoscesi colli, si trova non solamente vigna, e gran, ma prato ancora : e non hanno erba nè piano. Mi calai poi per un altro verso del monte, dritto.

La Domenica la mattina, andai al bagno con parecchi altri Gentiluomini. Ci stetti mezza ora. Mi venne dal Sig. Ludovico Pinitesi un bel presente d’un caval carico di frutti bellissimi, e fra gli altri de i fichi primi ; de i quali non cen’era ancora visti al bagno, e dodici fiaschi di vino suavissimo. Et in medesimo tempo il sopraddetto Frate altre sorte di frutti in grande quantità : che ne poteva ancora io usar liberalità a i paesani.

Di poi pranzo fu il ballo, dove si radunarono parecchi Gentildonne ben vestite, ma di bellezza comune, con ciò che fusson belle di Lucca.

La sera mi mandò il Sig. Ludovico di Ferrari Cremonese, molto mio conoscente, un presente di scatole di cotognaro bonissimo, e muschiato, e certi limoni, e delli melaranci di grandezza estraordinaria.

La notte mi prese un pocco innanzi il far del giorno il grancio alla polpa della gamba dritta con grandissimo dolore non continuo, ma vicendevole. Stetti in questo disagio una mezza ora. Non era molto tempo che n’avea sentito, ma mi passò in un baleno.

Il Lunedì andai al bagno, e ci fui una ora, il stomaco sotto la polla. Mi pizzicava sempre un poco questa vena della gamba.

Giusto ora cominciammo a sentir li caldi, e le cicale, niente di più ch’in Francia : e fin adesso mi parevano le stagioni più fresche ch’in casa mia.

Le nazioni libere non hanno la distinzione delli gradi delle persone come le altre : e fino alli infimi hanno non so che di signorile à’ lor modi. Domandando l’elemosina mescolanci sempre qualche parola d’autorità : Datemi l’elemosina : volete? Datemi l’elemosina, sapete. Come dice quest’altro in Roma : Fate bene per voi.

Il Martedì stetti al bagno una ora.

Il Mercordì 21 di Giugno a buona ora mi partii della villa avendo ricevuto della compagnia che ci era di donne & uomini, prendendo congedo, tutte le significazioni d’amorevolezza che potevo desiderare. Me ne venni per montagne erte, ma piacevoli pure, e coperte, a

PESCIA, 12 miglia, piccolo castello sopra il fiume Pescia del Fiorentino. Belle case, strade aperte, vini famosi del Trebbiano ; sito fra oliveti foltissimi ; la gente affezionatissima alla Francia : e per questo dicono, che porta la lor città per arme un Delfino.

Dipoi pranzo riscontrammo una bella pianura molto popolata di castella, e case. E per una mia trascuratezza mi scordai, come era il mio proposito, e disegno risoluto, diveder il Monte Catino dove è l’acqua salata e calda del Tettuccio, la quale lasciai un miglio discosto della mia, strada a man dritta circa sette miglia di Pescia, e non me n’avvidi che non fussi quasi giunto a

PISTOIA, 11 miglia. Fui alloggiato fuora la città, dove venne a visitarmi il Figliuolo del Ruspiglioni. Chi va per l’Italia con altri cavalli che di vettura non intende ben le cose sue. E di cambiarli di luoco in luoco mi pare più comodo, che di mettersi in mano di vetturini per lungo viaggio.

Di Pistoia a Firenze, che sono 20 miglia, non costano i cavalli che 4 iuilli. Di là passando per la città di Prato venni a desinare a Castello in una osteria dirimpetto al palazo del Granduca, dove fummo di poi desinare a considerare più minutamente quello giardino. E m’avvenne là come in più altre cose : l’immaginazione trapassava l’effetto. L’avea visto l’invernata ignudo, e spogliato. Giudicava della sua bellezza futura nella più dolce stagione più che non mi parve al vero.

CASTELLO, 17 miglia. Dipoi desinare venni a

FIRENZE, 3 miglia. Il Venerdì viddi le publiche processioni, e il Granduca in cocchio. Tra l’altra pompa ci vedeva un carro in faccione di teatro dorato di sopra, où erano quattro Fanciullini, & un Frate vestito, e che rappresentava S. Francesco, dritto, tenendo le mani come si vede dipinto, una corona sul cucullo : o Frate, o uomo travestito da Frate con una barba posticcia. Ci erano alcuni fanciulli della città armati, e fra loro uno per S. Giorgio. Li venne incontra alla piazza un gran drago assai goffamente appoggiato, e portato d’ uomini, buttando foco per la bocca con rumore. Il fanciullo li dava della lancia, e della spada, e lo scannava.

Fui accarezzato d’un Gondi, ch’abita a Lione : il quale mi mandò vini bonissimi, cioè Trebisiano.

Faceva un caldo da stupire li medesimi paesani.

Quella matina al spuntar del giorno ebbi la colica al lato dritto. M’afflisse tre ore circa. Mangiai allora il primo pepone. Delli cetrioli, mandole, se ne mangiava in Firenze del principio di Giugno. In su le 23 si fece il corso delli cocchi in una grande e bella piazza intornata d’ogni banda di belle case, quadrata, più lunga che larga. A ognun capo della lunghezza fu messa un’aguglia di legno quadrata, e dall’una all’altra attaccato un lungo fune acciò non si potesse traversare la piazza : & alcuni danno di traverso per stroppare la detta canape. Tutti gli balconi carichi di donne, & in un palazzo il Granduca, la Moglie, e sua corte. Il popolo il lungo della piazza, e su certi palchi, come io ancora. Correvano a gara cinque cocchi vuoti. E della sorte presero tutti il luogo ad un lato dell’una piramide. E si diceva d’alcuni, ch’il più discosto avevano il vantaggio per dar più comodamente il giro. Partirono al suono delle trombe. Il terzo giro intorno la piramide donde si prende il corso, è quel che dà la vittoria. Quel del Granduca mantenne sempre il vantaggio fin alla terza volta. A questa il cocchio del Strozzi ch’era sempre stato il secondo, affrettandosi più che del solito a freno sciolto, e stringendosi, messe in dubbio le vittoria. M’avveddi, ch’il silenzio si ruppe dal popolo quando videro avvicinarsi Strozzi, e con gridi, e con applauso darli tutto il favore che si poteva alla vista del Principe. E poi quando venne questa disputa e litigio a essere giudicato fra certi Gentiluomini, gli Strozzeschi rimettendo all’opinione del popolo assistente ; del popolo si alzava subito un crido uguale, e consentimento publico al Strozzi, il quale in fine lo ebbe, contra la ragione al parer mio.

Valerà il palio cento scudi. Mi piacque questo spettacolo più che nessun altro che avessi visto in Italia, per la sembianza di questo corso antico.

Perché quel giorno era la vigilia di S. Giovanni furono messi certi piccoli fochi alla cima del Duomo in giro a due, o tre gradi, donde si lanciavano raggi in aria. Si dice ch’in Italia non è uso come in Francia, di far fuochi di S. Giovanni.

Il Sabbato S. Giovanni : ch’è la festa principale di Firenze, e la più celebrata in maniera che fin alle zitelle si vedono quella festa al publico : e non ci vidi pure gran bellezza. La mattina alla piazza del palazzo il Granduca comparse su uno palco il lungo delle mura del palazzo (sotto un cielo) ornate di ricchissimi tapeti, lui avendo a lato il Nunzio del Papa a man sinistra, e molto più di là l’Imbasciadore di Ferrara. Là li passavano innanzi tutte le sue Terre e Castella, secondo ch’erano chiamare d’un araldo. Come per Siena si presentò un Giovane vestito di velluto bianco e nero, portando alla mano certo gran vaso argenteo, e la figura della Lupa Sanese. Fece costui sempre in questo modo una proferta al Granduca, ed orazione piccola. Quando ebbe finito costui, secondo ch’erano nominati venivano innanzi certi Ragazzi mal vestiti su cattivissimi cavalli, e mule, portando quì una coppa d’argento, quì una bandiera rotta e ruinata. Questi in gran numero passavano il lungo via senza far motto, senza rispetto, e senza cerimonia in foggia di burla più ch’altramente, & erano le Castella e Luochi particolari dipendenti del Stato di Siena. Ogni anno si rinova questo per forma.

Passò ancora là un carro, e una piramide quadrata di segno, grande, portando intorno certi gradi delli Putti vestiti chi d’un modo, chi d’un altro, da Angeli, o Santi : & alla cima che veniva d’altezza a pari delle più alte case, un S. Giovanni, uomo travestito a suo modo, legato a un pezzo di ferro. Seguivano questo carro gli Officieri, e particolarmente quelli della zecca.

Marciava all’estremo un altro carro, sul quale erano certi Giovani che portavano tre palii per li corsi diversi, avendo a canto i cavalli barberi ch’erano per correre a gara quel giorno, e i garzoni che li dovevano cavalcare con le insegne de i Padroni, che sono Signori de’ primi. Li cavalli piccioli, e belli.

Non mi pareva il caldo più violento ch’in Francia. Tuttavia per schifarlo in queste stanze di osteria, era sforzato di domire la notte su la tavola della sala, mettendovi materassi, & lenzuola ; non ci ritrovando a locare nissun alloggiamento comodo, perchè questa città non è buona a’ forestieri ; e per schifare ancora gli cimici, di che sono gli letti infestatissimi.

Non c’è quantità di pesci, e non si mangia di trote, & altri pesci, che di fuora, e marinati. Viddi, ch’il Granduca mandava a Giovan Mariano Milanese alloggiato in la medesima osteria dove io era, un presente di vino, pane, frutti, pesci : ma gli pesci vivi piccoli dentro gli rinfrescatori di terra. Aveva io tutto il giorno la bocca arida & asciutta, & un’alterazione non di sete, ma di caldezza interna quale ho sentita altre volte ai caldi nostri. Non mangiava altro che frutti, e insalate con zucchero. In fine non stava bene.

Quelli diporti che si pigliano al fresco in Francia di poi la cena, qui innanzi. E nelli più lunghi giorni cenano spesso di notte. Fra le sette, & otto, la mattina si fa il giorno. Dipoi pranzo si corse il palio de i barbi. Lo vinse il cavallo del Cardinale de’ Medicis. Vale questo palio ¤51 200. E’ cosa poco dilettevole, perchè, essendo su la strada, non vedete altro che passar in furia questi cavalli.

La Domenica viddi il palazzo de’ Pitti, e fra l’altre cose una mula in marmo rappresentando un’altra mula ancora viva, per li lunghi servizi c’ha fatto a menar roba per questa fabbrica. Questo dicono i versi latini. Al palazzo vimmo quella Chimera c’ha fra le spalle una testa (con le corna & orecchie) che nasce, & il corpo di foggia d’uno piccolo leone.

Il Sabbato era il palazzo del Granduca aperto, e pieno di contadini, ai quali era aperta ogni cosa : e la gran sala piena di diversi balli chi di quà, chi di la. Questa sorte di gente credo, che fusse qualche immagine della libertà perduta che si rinfreschi a questa Festa pincipale della Città. Il Lunedi fui a desinare in casa del Signor Silvio Piccolomini molto conosciuto per la sua virtù, & in particolare per la scienzia della scherma. Ci furono messi innanzi molti discorsi, essendoci buona compagnia d’altri Gentiluomini. Dispargia lui del tutto l’arte di schermare delli maestri Italiani, del Veniziano, di Bologna, Patinostraro, & altri. Et in questo loda solamente un suo criado ch’è a Brescia dove insegna a certi Gentiluomini questa arte. Dice, che non ci è regola, né arte in l’insegnare volgare : e particolarmente accusa l’uso di spinger la spada innanzi, e metterla in possa del nimico ; e poi, la botta passata, di rifar un altro assalto, e fermarsi ; perché dice, che questo è del tutto diverso di quel che si vede per esperienza delli combattenti. Lui era in termine di far stampar un libro di questo suggetto. Quanto al fatto di guerra, spregia assai l’artiglieria : e in questo mi piacque molto. Loda il libro della Guerra di Machiavelli, e segue le sue opinioni. Dice, che di questa sorte d’uomini che provvedono al fortificare, il più eccellente che sia, si trova adesso in Firenze al servizio del Granduca simo.

Si costuma quì di metter neve nelli bicchieri di vino. Ne metteva poco io non stando troppo bene della persona, avendo assai volte dolor di fianchi, e scacciando tuttavia arenella incredibile ; 51 Nel M S. c’è un segno che significa scudi.

oltre a questo non potendo riaver la testa, e rimetterla al suo primo stato. Stordimento, e non so che gravezza sugli occhi, la fronte, le guancie, denti, naso, e parte d’innanzi. Mi messi in fantasia che fussero gli vini bianchi dolci e fumosi, perché quella volta che mi riprese prima la migrena ne avea bevuti gran quantità di Trebisiano, scaldato del viaggiare, e della stagione, e la dolcezza d’esso non stancando la sete.

In fine confessai, ch’è ragione, che Firenze si dica la bella.

Quel giorno andai solo per mio diporto a veder le donne che si lasciano veder à chi vuole. Viddi le più famose : niente di raro. Gli alloggiamenti raunati in un particolare della città, e per questo spregievoli, oltra ciò cattivi, e che non si fanno in nissun modo a quelli delle puttane Romane, o Veneziane : nè anco esse in bellezza, o grazia, o gravità. Se alcuna vuole starsi fuora di questi limiti, bisogna che sia di poco conto, e faccia qualche mestiere per celarsi.

Viddi le bottheghe di filattieri di seta con certi instrumenti, gli quali spingendo in giro una sola donna, fa d’un tratto torcere, e voltare cinquecento fusi.

Martedì la mattina spinsi fuora una pietrella rossa.

Mercordì viddi la cassina del Granduca. E quel che mi parve più importante è una rocca in forma di piramide, composta e fabbricata di tutte le sorte di miniere naturali, d’ogn’una un pezzo, radunate insieme. Buttava poi acqua questa rocca, con la quale si verranno là dentro movere molti corpi, molini d’acqua, e di vento campanette Chiese, soldati di guardia, animali, caccie, e mille tal cose. Giovedì non volsi restar a vedere correre un altro palio ai cavalli. Andai dipoi desinare a Prattalino, il qual rividdi molto minutamente. Et essendo pergato dal Casiero del Palazzo di dire la mia sentenzia di quelle bellezze, e di Tivoli, ni discorsi non comparando questi luoghi in generale, ma parte per parte, con le diverse considerazioni dell’un & dell’ altro, essendo vicendevolmente vittore ora questo or quello.

Venerdì alla bottega di Giunti comprai un mazzo di Commedie, undeci in numero, e certi altri libretti. E ci viddi il testamento di Boccaccio stampato con certi discorsi fatti sul Decamerone. Questo testamento mostra una mirabile povertà e bassezza di fortuna di questo grand’Uomo. Lascia delle lenzuola, e poi certe particelle di letti a sue parenti, e sorelle. Gli libri a un certo Frate, al quale oridina, che gli comunichi a chiunque gliene richiederà. Fin a’ vasi, e mobili vilissimi gli mette in conto. Ordina delle Messe, e sepoltura. C’è stampato come s’è ritrovato di carta pergamena molto guasta, e ruinata.

Come le puttane Romane, e Veneziane si fanno alle finestre per i loro amanti, così queste alle porte delle lor case, dove si stanno al publico alle ore comode ; e là le vedete, chi con più, chi con manco compagnia, a ragionare, e a cantare nella strada, ne’ circoli.

La Domenica 2 di Luglio partii di Firenze di poi desinare, & avendo varcato l’Arno sul ponte, lo lasciammo alla man dritta seguendo il suo corso tuttavia. Passassimo delle belle pianure fertili, nelle quali sono le più famose peponaie di Toscana. E non sono maturi gli buoni melloni che sul 15 di Luglio. E particolarmente si nomina il loco dove si fanno li più eccellenti, Legnaia, a 3 miglia di quà Firenze .

Andassimo una strada la più parte piana e fertile, e per tutto popolatissima di case, castellucci, villaggi quasi continui.

Attraversassimo fra le altre una bellissima Terra nominata Empoli. Il suono di questa voce ha non so che d’antico. Il suono piacevolissimo. Non ci riconobbi nessun vestigio d’antichità fuora che un ponte ruinato vicino sur la strada, c’ha non so che di vecchiaia.

Considerai tre cose : di veder la gente di queste bande lavorare chi a batter grano, o acconciarlo, chi a cucire, a filare, la festa di Domenica. La seconda di veder questi contadini il liuto in mano, e fin alle pastorelle l’Ariosto in bocca. Questo si vede per tutta Italia. La terza di veder come lasciano sul campo dieci, e quindeci e più giorni il grano segato, senza paura del vicino. Sul buio giunsimo a

SCALA, 20 miglia, alloggiamento solo, assai buono. Non cenai ; e dormii poco, molestato d’un dolor di denti sulla destra, il quale molte volte sentiva col mio mal di testa. Mi fatigava più nel mangiare, non potendo toccar nulla senza dolore grandissimo.

La mattina del Lunedì 3 di Luglio seguitassimo la strada piana il lungo d’Arno, e sul fine una pianura ubertosa di biade. Capitassimo sul meriggio a

PISA, 20 miglia, Città al Duca di Firenze, posta in questo piano su l’Arno che li passa per mezzo, e di là a sei miglia si diffonde nel mare, e porta alla detta Città parecchi sorte di navili. Cessava in quel tempo la scuola, come è il costume tre mesi del grande caldo.

Ci riscontrassimo la compagnia delli Disiosi, di Commedianti, buonissima.

Perché non mi satisfece l’osteria, presi a pigione una casa con quattro stanze, una sala. Aveva l’oste a far la cucina, e dar mobili. Bella casa. Il tutto per otto scudi il mese. Perché quel ch’aveva promesso per il servigio di tavola di toaillie, e serviette, era troppo scarso (atteso ch’in Italia s’usa pochissimo di muitar serviette che quando si muta la toaillia; e la toaillia, due volte la settimana) lasciavamo gli servitori far per loro le spese : noi all’osteria a 4 iulli ogni giorno.

La casa era in un bellissimo sito, e veduta piacevole, riguardando il canale per il quale passa l’Arno, e traversa la Terra.

Questo fosso è molto largo, e lungo più di 500 passi, inchinato e piegato un poco, facendo una piacevole vista, scoprendo più agevolmente per questa sua curvità l’un capo, e l’altro di questo canale, con tre ponti che là varcano l’Arno pieno di vascelli, e di mercanzie. L’una e l’altra proda di questo canale edificate di belle mura coll’appoggiarsi alla cima, come il canale delli Augustini in Parigi. Di poi all’una, e l’altra banda, larghe strade : & all’orlo delle strade un ordine di case. Era posta là la nostra.

Mercordì 5 di Luglio viddi il Duomo dove fu il palazzo d’Adriano Imperatore. Ci sono infinite colonne di marmo diverse ; diversi lavori, e forme ; porte bellissime di metallo. E’ ornata di diverse spoglie di Grecia, e d’Egitto, & edificata di ruine antiche, di modo che si vedono delle scritte a rovescio, altre mezzo tagliate, ed in certi luoghi caratteri sconosciuti, che dicono essere gli antichi Toscani.

Viddi il campanile d’una forma estraordinaria inchinato di sette braccia come quell’altro di Bologna, & altri, intorniato di pilastri per tutto, e di corridori aperti.

Viddi la chiesa S. Giovanni vicina, ricchissima anche lei d’opere famose di scultura, e pittura. Fra gli altri d’un pulpito di marmo con spessissime figure tanto rare, che questo Lorenzo ch’ammazzò il Duca Alessandro, si dice che levò le teste d’alcune di queste statuette, e ne fece presente alla Reina. La forma della Chiesa assomiglia la Rotonda di Roma.

Il Figliuolo naturale del detto Duca vive qui : e lo viddi vecchio. Vive comodamente della liberalità del Duca, e non li cale d’altro. Ci sono cacciagione, e pescagioni bellissime. A questo s’occupa.

Di sante reliquie, e di opere rare, e marmi, e pietre di rarità, grandezza, e lavoro mirabile, qui se ne trova quanto in nissuna altra città d’Italia.

Mi piacque sopra modo l’edificio del cimiterio che domando Camposanto di grandezza inusitata, quadro, 300 passi di lunghezza, e 100 di larghezza. Coridore d’intorno intorno, largo di 40 passi, coperto di piombo, lastricato di marmo. Le mura piene di pitture antiche. Fra l’altre di Gondi Fiorentino, autore di questa casa.

Gli nobili di questa Città sotto questo corridore al coperto avevano gli sepolcri loro. Ci sono gli nomi & arme delle famiglie fin a 400 : delle quali non ne sono appena adesso 4 casate restate delle guerre, e ruine di questa antichissima città : del popolo così poco è abitata, e posseduta di forestieri. Di queste nobili famiglie ce ne sono parecchi di Marchesi, Conti, e Grandi in altre bande della Cristianità o si sono traslate.

Al mezzo di questo edificio è un luogo scoperto dove si seppellisce di continuo. Si dice affermatamente da tutti, che gli corpi che vi si mettono, in otto ore gonfiano in modo che se ne vede alzar il terreno ; le otto di poi scema, e cala ; le ultime otto si consuma la carne in modo, ch’innanzi le 24 non ci è più che le ossa ignude. Questo miracolo è simile a quell’altro del cimitero di Roma, dove se si mette un corpo d’un Romano, la terra lo spinge subito fuora. Questo luogo è lastricato di sotto di marmo come il corridore, e gli è messa di sopra la terra della altezza d’un braccio, o due. Dicono, che fu portata di Gerusalemme questa terra, perché furono gli Pisani con grande armata a quella impresa. Con licenza del Vescovo si piglia un poco di questa terra, e se ne sparge nelli altri sepolcri con questa opinione che gli corpi abbino a consumare spacciatamente. Parve verisimile, perché in un cimiterio di così fatta Città si vedono rarissime ossa, e quasi nulle, e nessun loco dove si raccoglino, e riserrino come in altre Città.

Le montagne vicine producono bellissimi marmi, de’ quali ha questa Città molti nobili artefici. In quel tempo lavoravano per il Re di Fez in Barberia una ricchissima opera d’un teatro ch’egli disegna con 50 grandissime colonne di marmo.

In questa Città si vede in luoghi infiniti le arme nostre, & una colonna ch’il Re Carlo 8 diede al Duomo. Et in una casa al muro verso la strada è rappresentato il detto Re al naturale in ginocchione innanzi alla Madonna, la quale pare, che li dia consiglio. Dice la scritta, che cenando il detto Re in questa casa per sorte gli cascó nell’animo di dare la libertà antica a’ Pisani vincendo in questo la grandezza d’Alessandro. Gli titoli del detto Re ci sono, di Gerusalemme, di Sicilia ec. Le parole che toccano questo parte della libertà data, guaste a posta & a mezzo scancellate. Altre case private hanno ancora queste arme in fregio per la nobiltà che il Re gli diede.

Non ci sono molti vestigi d’edifici antichi. Ci è una ruina di mattoni bella, dove fu il Palazzo di Nerone, e ne ritiene il nome : e una Chiesa di S. Michele ; che fu di Marte.

Giovedì ch’era Festa di S. Pietro, dicono, ch’anticamente era lor costume ch’il Vescovo andava alla Chiesa S. Pietro a 4 miglia fuora della Città in processione, e di là al mare, dove gettava un anello, e sposava il mare, essendo questa Città potentissima in la marina. Adesso ci va un mastro di scuola solo. Ma gli Preti in processione vanno a questa Chiesa, dove sono gran perdonanze. Dice la bolla del Papa di 400 anni poco manco (pigliandone fede d’un libro di piú di 1200) che fu edificata questa Chiesa di S. Pietro : e che S. Clemente facendo l’ufficio su una tavola di marmo, li cascarono sopra tre gocciole di sangue del naso del detto Santo. Queste goccie si vedono come impresse di tre giorni in qua.

Gli Genovesi ruppero questa tavola, e portarono via una di queste gocce. Per questo gli Pisani levarono il restante della detta tavola dalla detta Chiesa, e portarono nella Città loro. Ma ogni anno si riporta con processione al suo loco al detto giorno S. Pietro. Il popolo ci va tutta la notte in barche.

Al Venerdì 7 di Luglio di buona ora andai a veder le cascine di Don Pietro di Medici, discoste di due miglia della Terra. Egli ha là un mondo di possessioni che tiene da per se mettendoci di 5 in 5 anni nuovi lavoratori con pigliarne la metà dei frutti. Terreno abondantissimo di grano. Pasture dove tiene d’ogni sorte d’animali. Scavalcai per veder il particolare della casa. Ci soro gran numero di persone che travagliono a far ricotte, buturo, casci, e diversi instrumenti per questa opera. Di là seguendo il piano capitai alla spiaggia del mar Tirreno d’una banda scorgendo l’Erici a man dritta, dall’altra Livorno più vicino, castello posto nel mare. Di là si scuoprono a chiaro l’isola Gorgona ; e più oltra Capraia, e più oltra Corsica. Diedi la volta a man manca il lungo della ripa fin che giunsimo la bocca d’Arno d’un’entrata malagevole alli navigli attesochè di diversi fiumicelli che concorrono all’Arno, si porta terra e fango che si ferma, & innalza la detta bocca. Ci comprai del pesce che mandai poi alle donne commedianti. Il lungo di quel fiume si vedono parecchi macchie di tamarisci. Il Sabbato ne comprai un barile sei giuli, il quale feci cerchiare d’ariento. Ci andò all’aurefice 3 scudi. Comprai di più una canna d’India a appoggiare, sei giuli. Un vasetto, & un bicchiere di noce d’India, che fa il medesimo effetto per la milza, e per la gravella, che il tamarisco, 8 giuli.

L’artista uomo ingegnoso, e famoso da far belli instrumenti di matematica, m’insegnò, che tutti arbori portano tanti cerchi e giri, quanti anni hanno durato : e me lo fece vedere in tutti quelli ch’aveva nella bottega sua, essendo legnaiuolo. E la parte che riguarda il settentrione, è più stretta & ha gli circoli più serrati e densi, che l’altra. Per questo si dà vanto, qualche segno che gli sia portato, di giudicare quanti anni avesse l’arbore, & in qual sito stasse.

Durava fatica in questo tempo della testa che mi stava sempre d’un modo ; con una tal stitichezza che non moveva il corpo senza arte e soccorso di confetti, soccorso debole. Dei reni bene secondo.

Questa città era poco fa vituperata di cattiva aria. Ma avendo Cosimo Duca asseccati gli paduli che le sono d’ognintorno, stà bene. Et era cattiva a tal modo, che quando volevano confinare qualcuno, e levarlo via, lo confinavano in Pisa dove in pochi mesi la forniva.

Questo loco non fa pernici con questo che gli Principi ci hanno messo ogni cura. Mi venne a visitare in casa parecchi volte Girolamo Borro Medico dottor della Sapienzia. Et essendo io andato a visitarlo il 14 di Luglio mi fece presente del suo libro del flusso e riflusso del mare in lingua volgare : e mi fece vedere un altro libro Latino ch’avea fatto de i morbi de i corpi. Quel medesimo giorno vicino a casa mia scamparono dell’arsenale 21 schiavi Turchi avendo trovata una fregata colla sua guarnigione, che il Sig. Alessandro di Piombino avea lasciata, essendo ito alla pescagione.

Tranne l’Arno, e questo suo attraversala con bellissimo modo, queste chiese, e vestigi antichi, e lavori particolari ; Pisa ha poco di nobile, e piacevole. Pare una solitudine. E in questo, e forma d’edifici, & grandezza sua, e larghezza di strade, si confà assai con Pistoia. Ha un estremo difetto d’acque cattive, e c’hanno tutte del paduloso.

Uomini poverissimi, e non manco altieri inimici, e poco cortesi ai forestieri, e particolarmente a’ forestieri dopo la morte d’un Vescovo loro, Pietro Paulo Borbonico, che si dice di casa de i nostri Principi, e ce n’è di questi una casata.

Costui era tanto amorevole a nostra Nazione, e tanto liberale, che aveva messo ordine, che non ci capitasse nissun Francese, che subito non li fusse menato in casa. Ha lasciato della sua bona vita, e liberalità, onoratissima memoria ai Pisani. Sono cinque, o sei anni solamente, che morì. Il 17 di luglio mi messi con 25 altri, a un scudo per uno, a giocare alla riffa certa roba del Fargnocola di questi Commedianti. Prima si fa alla sorte a chi tocca di giocar primo, e poi secondo, fin all’ ultimo. Si segue questo ordine. Di poi essendo diverse cose a giocare, ne fecero due parti uguali. L’una guadagnava chi faceva più punti, l’altra chi ne faceva manco. Toccò a me di giocar il secondo.

Il 18 alla Chiesa di S. Francesco fra li Preti del Duomo, e gli Frati nacque un garbuglio grande. Un gentiluomo Pisano essendo seppellito alla soppradetta chiesa il giorno innanzi, volevano gli Preti dir la messa. Ci vennero con li ferramenti & apparecchi loro. Cotesti allegavano l’antico costume e privilegio loro. Li Frati al contrario, che toccava a loro, non ad altri, dir la messa in chiesa loro. Volse un Prete pigliare il marmo accostatosi al grande altare. Un Frate si sforzò a levarlo via. Al qual Frate il Vicario patrone di questa chiesa di Preti diede un schiaffo. Di là in là, di mano in mano la cosa passò con pugni, con bastonate, candelieri, torchi, e simil cose : tutto fu adoprato. Fu il fine, che non fu detta la messa da nissuna parte. Fu questa stizza e tenzone di gran scandalo. Subito che ne fu sparsa la nuova ci andai : e mi venne ragguagliata ogni cosa. Al 22 a l’alba arrivarono tre legni di Corsari Turcheschi al lito vicino, e levarono via quindeci, o venti prigioni pescatori, e poveri pastori.

Il dolor di testa alle volte mi tralasciava per cinque, sei, e più giorni : ma non me ne poteva riavere affatto.

Mi venne un capriccio d’imparare con studi & arte, la lingua Fiorentina. Ci metteva assai tempo, e sollecitudine : ma me ne veniva fatto pochissimo utile.

Si sentì in quella stagione una caldura vie più maggiore che non si sentiva comunemente.

Al 12 andai altresì a visitar fuori di Lucca la villa del Sig. Benedetto Buonvisi, piacevole mezzanamente. Fra l’altre cose ci viddi la forma di certi boschettucci che fanno in lochi erti. Nel spazio di 50 passi circa, piantano albori diversi, di quelli che tutto l’anno stanno verdi. Questo loco circondano di fossi piccoli, e ci fanno dentro certi vialuzzi coperti. Al mezzo un loco per il uccellaio

il quale con un fischio d’argento, e nume di tordi presi a posta, e attaccati, avendo disposto d’ogni

canto parecchi panie vescate, a certa stagione dell’anno, come di dire verso il Novembre, farà una mattina presa di 200 tordi : e questo non si fa, ch’a certa contrada a certo lato della città. Al 13 la Domenica io partii di Lucca avendo ordinato, che si offrisse al detto M. Ludovico Pinitesi per rispetto della casa sua ¤ 15. Il qual conto tornava a un scudo ogni giorno. Di che restò satisfattissimo.

Fummo quel giorno a visitare moltissime ville delli Gentiluomini Lucchesi, pulite, gentili, e belle. Hanno acqua assaissima, ma posticcia, cioè non viva, non naturale, o continua. È maraviglia di veder tanta rarità di fontane in un loco così montuoso. Tirano certe acque di rivi, e per bellezza le acconciano in modo di fonti con vasi, grotte, & altri lavori di tal servizio. Venimmo a cena quella sera in una villa del detto M. Ludovico avendo sempre in compagnia nostra M. Orazio suo figliuolo. Il quale ci ricevette molto comodamente in questa villa, e ci diede una buonissima cena di notte sotto un gran portico molto fresco, aperto d’ogni banda : e poi ci messe a dormire in bone stanze appartate, con panni di lino bianchissimi, e netti, come li avevamo goduti a Lucca nella casa del patre.

Lunedì a buon’ora partimmo di là. E nella strada senza scavalcare essendo un pezzo fermati a visitare la villa del Vescovo il quale ci era (e fummo molto accarezzati dagli uomini suoi, & invitati a restar là a desinare) venimmo a desinare a

BAGNI DELLA VILLA, 15miglia. Furono grandi le accoglienze e carezze le quali io ebbi di tutta questa gente. Da vero si pareva, ch’io fussi ritornato in casa mia. Mi remissi in quella medesima stanza ch’io aveva da prima, al prezzo di 20 scudi al mese, e quelle stesse condizioni. Martedì 15 d’Agosto a buona ora andai al bagno, e ci stetti poco manco d’una ora. Lo ritrovai più presto freddo che altramente. Non mi mosse punto a sudare. Giunti a questi bagni non sano solamente, ma si può dire allegramente d’ogni parte. Dopo avermi bagnato resi le orine torbide ; e la sera avendo camminato un buon pezzo per strade alpestre, e non speditevoli, le resi affatto sanguinose : e sentii al letto non so che alterazione ai reni.

Al 16 seguitai il bagnare, e fui al bagno delle donne dove non era ancora stato, per stare appartatamente, e solo. Lo riscontrai troppo caldo ; o che lo fosse da vero, o veramente che li pori essendo aperti per la bagnatura del giorno innanzi, m’avessino agevolito a scaldarmi. Tanto è che ci stetti una ora il piú, e sudai mezzanamente. Le orine le faceva naturali. Di sabbio nulla. Dopo pranzo mi vennero ancora le orine torbide, e rosse : & al tramontar del sole sanguinose.

Al 17 m’abbattei in quell’istesso bagno più temperato. Sudai pochissimo. Le orine torbidette con un poco di sabbio. Il colore di certa pallidezza gialla.

Al 18 stetti au suddetto bagno due ore. Sentii non so che gravezza di reni. Aveva il corpo lubrico ragionevolmente. Sin dal primo giorno mi sentii pregno di ventosità, e gorgogliare di budella. Questo effetto lo credo facilmente proprio a queste acque perché all’altra bagnatura m’avviddi molto chiaro, che mi recaron le ventosità a questo modo.

Al 19 andai al bagno un po’ più tardi per dar loco a una donna Lucchese che si volse bagnare, e si bagnò innanzi: essendo osservata, e ragionevole questa regola, che le donne godano il bagno loro a sua posta. Ci stetti due ore altresì.

Mi ci venne un poco di gravezza di testa, la quale parecchi giorni s’era mantenuto in bonissimo stato. Le orine sempre torbide, ma in diverse guise, e portavano via delle arenella assai. Scorgeva altresì non so che movimenti ai reni. E s’io dirittamente sento, questi Bagni possono molto intorno a questo particolare : e non solamente dilatano, & aprono i passi, & i condotti, anzi di più spingono la materia, la dissipano, e dileguano. Buttava arenella le quali parevano proprio pietre allora spezzate, e disfatte.

La notte sentii al lato manco un principio di colica assai violento, e pungente, il quale mi straccinò un buon pezzo, e tuttavia non ebbe il progresso ordinario : non pervenne al ventre, al pettignone : e finì in modo che mi lasciò credere, che fusse ventosità.

Al 20 fui due ore al bagno. Mi diedero tutto quel giorno gran noia, e disagio grande le ventosità al basso del ventre. Buttava di continuo le orine molto torbide, rosse, e spesse con qualche poco d’arenella. Sentiva la testa. Andava del corpo più presto oltra il solito che altramente. Non si osservano qui le Feste con quella religione che le osserviamo noi, massimamente la Domenica. Fanno le donne la più parte de i loro lavori dopo pranzo.

Al 21 seguitai la mia bagnatura. Dapoi essermi bagnato mi dolevano i reni assai. Orinava molto torbido. Buttava arenella, ma poche. Il dolore ch’io pativa allora ai reni, secondo giudicava, fu causato dalle ventosità le quali si rimenavano d’ogni verso. Della torbolanza delle orine indovinai la scesa di qualche pietra grossa. Indovinai troppo bene. Avendo fatta la mattina questa scritta, subito dopo pranzo venni a essere molto travagliato de’ dolor colici. E per non starmi troppo neghittoso mi si attaccò una giunta d’un dolore acutissimo ai denti della guancia manca, non ancora sentito. Non potendo comportare questo disagio, dopo due o tre ore mi metti al letto, dove in poco tempo mi si levò questo dolore della guancia.

L’altro stracciandomi tuttavia, e sentendo ultimamente (per vederlo movere di loco in loco, & occupare diverse parti della personna) che fussero più presto ventosità che piettra, fui sforzato a domandar d’un serviziale ; il quale sul buio mi fu attaccato molto comodamente, d’oglio, camomillo, & anisi, e non altro, dall’ordine del speziale solo. Mene servì il Capitan Paulino con tal arte, che sentendo le ventosità che spingevano all’incontro, si posava, e tirava indietro ; e poi pian piano seguitava, a tanto che senza fastidio veruno lo pigliai intero. Non fu bisogno, che lui mi ricordasse di servarlo quanto io potessi, perché non mi diede nessuna voglia d’andar del corpo. Sino a tre ore mi stetti così, e poi da me stesso m’ingegnai di buttarlo. Essendo fuora del letto presi un boccone di massepano a gran pena, e quattro gocciole di vino. Ritornato al letto, e un poco addormentato, mi venne voglia d’andare al destro : e fino al giorno ne andai quattro volte, avendo sempre qualche parte del detto cristiero che non era resa.

La mattina mi sentii alleggerito molto, avendo sgombrato ventosità infinite. Mi restai con stracchezza assai, ma di dolore nulla. Desinai un poco senza appetito, bevvi senza gusto con ciò fusse ch’io mi sentissi assetato assai. Dappoi aver desinato mi si attaccò ancora una volta questo travaglio della guancia manca, del quale patii assaissimo per infino dell’ora del desinare a quella della cena. Tenendo per certo, che queste ventosità mi fussino causate del bagno, lo lasciai stare. Passai la notte con buon sonno.

La mattina mi ritrovai al destare, lasso, & affannato, la bocca asciutta, con asprezza, e mal gusto, e il fiato come se avessi avuto la febbre. Non sentiva nulla che mi dolesse, ma continuava sempre mai questo orinare estraordinario, e torbidissimo, recando seco tuttavia sabbio & arenella rossa non in molta quantità.

Al 24 la mattina buttai una pietra la quale si fermò al canale. Mi stetti perfino di quella ora a quella del desinare, senza orinare, acciò me ne venisse gran voglia. Allora non senza disagio, e sangue, & innanzi, e dopo, la buttai, grande e lunga come una nocciola di pino, ma all’un capo grossa a pari d’una fava, avendo a dire il vero la forma d’un cazzo affatto affatto. Fu mia grande ventura di poterla spinger fuora. Non ne ho mai messo che stesse a petto di questa in grandezza. Aveva troppo veracemente indovinato della qualità delle mie orine questo successo. Verrò quel che n’è da seguire.

Sarà troppo grande dappocaggine, & ischifiltà la mia se tutto dì ritrovadomi in caso di morte a questo modo, e facendolami più presso ogni ora, non m’ingegni sì ch’io la possa di leggieri sopportare quanto prima io ne sia sopraggiunto. Et in questo mezzo fia senno il pigliarsi allegramente il bene ch’a Dio piacerà di mandarci. Non c’è altra medicina, altra regola, o scienzia a schifare gli mali chenti e quali d’ogni canto, e ad ogni ora soprastanno l’uomo, che risolversi a umanamente sofferirgli, o animosamente e spacciatamente finirgli.

Al 25 d’Agosto riprese l’orina il suo colore, & io mi ritrovai della persona al stato da prima. Senza che spesse volte e dì, e notte, pativa della gota manca, ma era un certo dolore che non si fermava punto. Mi ricorda avermi dato noia cotesto, male altre volte in casa mia. Al Sabato 26 fui al bagno una ora la mattina.

Al 27 dopo desinare fui crudelmente travagliato d’un dolore di denti cocentissimo si che ne mandai per il Medico, il quale venuto, e considerato ogni cosa, e spezialmente che in sua presenzia mi passò il dolore, giudicò, che non avesse corpo questa deflussione, se no molto sottile, e che fussero ventosità e stati i quali del stomaco montassino a la testa, e mescolati con un poco d’umore mi dessino questo disagio. Il che mi parse molto assomigliante al vero, considerato, ch’io avea patito di simili accidenti in altri lochi della persona.

Lunedì 28 d’Agosto a l’alba andai a bere alla fontana di Bernabò, e ne bevvi 7 libre, 4 oncie, a 12 oncie la libra. Mi fece andar del corpo una volta. Ne buttai poco manco di metà, innanzi pranzo. Evidentemente sentiva, che mi mandava vapori alla testa, e l’aggravava.

Martedì 29 bevvi della fontana ordinaria 9 bicchieri, i quali capivano una libra uno, una oncia manco. Di subitamente mi sentii la testa. È vero, a dirla, come ella stà, che di se stessa stava male, e non s’era mai ben riavuta del mal stare ove casco alla prima bagnatura. Più di rado la sentiva, & un po’ po’ d’un altro modo, perché non mi indebolivano, o abbagliavano gli occhi, d’un mese avanti. Pativa più indrio ; e mai alla testa che non passasse di subito il male alla guancia manca, toccandola tutta, denti sin a i bassi, l’orecchio, parte del naso. Il dolore breve, ma il più delle volte molto cocente, il quale spessissime fiate il giorno, e la notte, mi ripigliava. Tal era in quella stagione il star della mia testa.

Ben credo, che i fumi di questa acqua tanto per il beveraggio, quanto per la bagnatura (con ciò sia cosa che più per quello che per questa) siano nocivissimi alla testa, & affermatamente si può dire di più al stomaco. E per questo si usa da costoro comunemente delle medicine per provedere a questo caso.

Resi, mettendo in conto quel ch’io beveva a tavola (il che era molto poco, e manco d’una libra) in tutto il giorno fino all’altro domane, l’acqua, una libra manco. Dopo desinare sul tramontar del sole andai al bagno, e ci stetti 3 quarti di ora. Sudai un poco.

Al Mezzedima 30 d’Agosto bevvi 9 bicchieri, 18 oncia. Ne resi la metà innanzi pranzo.

Il Giovedì tralasciai il bere, & andai la mattina a cavallo a veder Controne, Comune molto popoloso in queste montagne. Ci sono molte belle e fertili pianure, e pascoli al colmo d’esse montagne. Ha questo Comune parecchi villette, allogiamenti di pietra comodi. I tetti loro coperti di pietra. Feci una gran girandola intorno a questi monti innanzi tornar a casa.

Non mi piaceva quel smaltire dell’acqua presa ultimamente. Per questo feci pensiero di smettere il berne. E non mi piaceva perché non tornava, e non scontrava il conto dell’orinare di quel dì col bere. Bisognava, che mifussino rimasti dentro più di tre bicchieri della acqua del bagno. Senza che mi sopravvenne una stitichezza del corpo, avuto riguardo al mio ordinario.

Venerdì primo di Settembre 1581 mi bagnai una hora la mattina. Sudai alquanto al bagno, e ci buttai con l’orina dell’arenella rossa con assai quantità. Bevendo, non ne avea buttato nulla, o poca. La testa stava sempre ad un modo, cioè cattivo. Cominciava a stentare in questi bagni. E se fussero venute nove di Francia, le quali aspettava essendo suto 4 mesi senza riceverne, era per partire alla bella prima, e per andare più presto fornir la cura d’autunno a qual si voglia altri bagni. Andando verso Roma mi venivano riscontrati poco discosto della maestra strada i bagni Bagno acqua, quelli di Siena, e di Viterbo. Andando verso Venezia, quelli di Bologna, e poi quelli di Padoa.

Feci fare le mie arme in Pisa dorate, e di bei colori, e vivi, per un scudo e mezzo di Francia ; e poi al bagno impastarle (perché erano in tela) su una tavola ; e questa tavola la feci chiodare molto molto sollecitamente al muro della camera dove io stava, con quel patto, che si tenessino date alla camera, non al capitan Paulino padrone d’essa, e che in ogni modo non ne fussino spiccate che che dovesse accadere della casa per di quì innanzi. E così mi fu promesso, e giorato da lui. La Domenica al 3 di Settembre fui a bagnarmi, e ci stetti una ora, e un po’ più. Ne sentii quantita di ventosità, ma senza dolore.

La notte, e la mattina del Lunedì 4, fui crudelmente travagliato di dolor di denti : e continuai a dubitare non fusse qualche dente guasto. Masticava mastice la mattina senza pro veruno. Della alterazione che mi menava questo cocentissimo male, ne seguiva ancora la stitichezza del corpo. Per la quale non ardiva ripigliare il beveraggio del bagno : & in questo modo faceva pochissima cura. In su l’ora di desinare, e tre, o quattro ore dopo desinare, mi diede pace. Sulle venti mi si attaccò con tanta furia alla testa, & ambedue le guancie, ch’io non mi poteva reggere in piedi. Per la acutezza del dolore mi veniva voglia di vomitare. Era quando tutto in sudore, quando raffreddato. Questo sentire, che m’assalisse d’ogni lato, mi dava à credere, che non fosse il male causato del vizio d’un dente. Perchè in questo, ch’il lato manco fusse assai più tormentato, nondimeno ambedune le tempie, e il mento, e fino alle spalle, & alla gola, d’ogni verso sentiva alle volte grandissimo dolore : sì che trapassai la più crudelle, notte ch’io mi ricorda, avere mai passata. Era veramente rabbia, e furore.

Mandai la notte per un speziale il quale mi diede dell’acqua vita a metter sur lato il quale più mi tormentava. Ne ricevetti un soccorso mirabile, perché in quell’istesso instante ch’io l’ebbi messa nella bocca, mi s’appagò tutto il dolore. Ma di subito ch’io la aveva spruzzata, mi ripigliava come prima : in modo che continuamente aveva il bicchiere alla bocca. Non poteva conservarla nella bocca perché per la stracchezza di subito ch’il dolore mi lasciava, il sonno forte mi veniva ; e venendomi il sonno, mi cascava qualche goccia di quest’acqua nella gola, e così bisognava, ch’io la spruzzassi. In sul far del giorno mi passò il dolore.

Fui visitato il Martedì mattina al letto da tutti i Gentiluomini i quali erano al bagno. Mi feci attaccare alla tempia del lato manco un empiastretto di mastice sul polso. Quel giorno sentii poco dolore. La notte mi metterono della stoppa calda sur la guancia, e la parte stanca della testa. Dormii senza dolore : ma il sonno torbido.

Mezzedima sentiva tuttavia dolore al dente, & occhio manco. Con lo orinare buttava delle arenella ma non in quella grande quantita che le buttava la prima volta ch’io ci fui. Ne buttava certi granelli sodi, come di miglio, e rossi.

Al Giovedì 7 Settembre la mattina fui un’ora al bagno grande.

Quella istessa mattina mi diedero nelle mani per la via di Roma lettere del signor du Tausin scritte a Bordea al 2 d’Agosto, per le quali m’avvisa, ch’il giorno innanzi, d’un publico consentimento io era suto creato Governatore di quella città : e mi confortava d’accettare questo carico per l’amor di quella Patria.

La Domenica 10 Settembre mi bagnai la mattina un’ora al bagno delle donne : & essendo un po’ caldo, ci sudai alquanto.

Dopo desinare andai solo a cavallo a vedere certi altri lochi vicini, & una villetta la quale si noma Gragnaiola, e sta in la cima d’un monte de’ più alti di quelle bande. Passando più là su quelle cime mi paravano le più belle, e fertili, e piacevoli piaggie abitate che si possino vedere.

Essendo a ragionare con i paesani, & avendo io addomandato a uno uomo molto attempato, se essi usavano i nostri bagni, mi rispose, che lor accadeva quel ch’interviene a quelli che stanno vicino alla Madonna di Loreto, che rade volte ci vanno in pellegrinaggio : e che l’operazione delli bagni non si vede che in favore delli forestieri, e lontani. Tuttavia che li rincresceva assai quello che dopo certi anni si accorgesse, li bagni essere più nocivi che giovevoli a chi li usava. Diceve di questo essera la causa tale. Che con ciò sia cosa che a i tempi passati non ci fusse un solo speziale in queste bande, e non si vedesse nissun medico, che di rado ; ora si vedeva il contrario : avendo questi tali, riguardando all’utile loro, sparso questa usanza, che non valevano i bagni a chi non pigliasse, non solamente e dopo, e prima, delle medicine, ma di più a chi non le mescolasse con la operazione dell’acqua del bagno : la quale non facilmente consentivano che fusse presa pura. Di questo diceva seguire questo chiarissimo effetto, che più gente morisse, che non guarisse di questi bagni. E teneva per certo, ch’in poco tempo era per venire in cattivo concetto, & in disdetto al mondo.

Lunedì 11 di Settembre, buttai la mattina buona quantità d’arenella, e la piú parte in forma di miglio, soda, rossa di sopra, di dentro bigia.

Al 12 di Settembre 1581 partimmo de i bagni della Villa la mattina a bona ora, e venimmo desinare a

LUCCA, 14 miglia. Cominciavano in quei giorni a cogliersi l’uva. La Festa di Santa Croce è delle principali della Città : e si dà intorno a quella otto giorni libertà a chi vuole, bandito per conto di debito civile, di tornare a casa sua sicuramente per darli commodità d’attendere alla divozione. Non ho trovato in Italia un solo buono barbiere a tosarmi la barba, & il pelo.

Al Mezzedima la sera fummo a udir le vespere al Duomo, dove fu il concorso di tutta la Città, e processioni. Si vedeva scoperta la reliquia del Volto Santo, la quale è di grandissima venerazione fra essi, conciosia cosa ch’è antichissima, e nobile di parecchi miracoli. Per il servizio della quale s’è edificato il Domo : sì che la picciola cappella dove si tiene questa reliquia stà ancora al mezzo di quella grande Chiesa in loco sconcio, e contra ogni regola d’architettura. Quando furono fornite le vespere si mosse tutta la pompa a un’altra Chiesa, la quale ai tempi passati era il Duomo.

Giovedì udii la messa nel Coro del detto Duomo dove erano tutti gli Ufficiali della Signoria. Si dilettano in Lucca molto di musica : e comunemente cantano tutti. Si vede pure, che hanno pochissime bone voci. Fu cantato a questa messa con ogni sforzo : e non ci fu pure gran cose. Avevano fatto a posta un grande altare molto alto, di legno e carta, ricoperto d’immagini, e grandi candellieri d’argento, e di più vasellamenti d’argento, posti in tal guisa : un bacile al mezzo, & intorno quattro piatti ; e guarnito in questa maniera del piè fino al capo che rendeva una forma ragguardevole e bella.

Ogni volta che dice la messa il Vescovo, come egli quel giorno la diceva, sul punto ch’egli dice Gloria in excelsis s’attacca il fuoco a certo mazzo di stoppe ; il quale s’appicca a una graticola di ferro pendente nel mezzo della Chiesa per cotale servigio.

Già era in quelle contrade la stagione molto raffreddata & umida. Al Venerdì 15 di Settembre mi venne quasi un flusso d’orina cioè ch’io orinava presso a due volte più che non aveva bevuto. Se m’era rimasta nel corpo qualche parte dell’acqua del bagno, credo che la buttassi.

Al Sabbatto mattina resi una pietrella aspra senza difficultà niuna. L’aveva la notte sentita un po’ sul pettignone, e capo della verga.

La Domenica 18 di Settembre si fece la ceremonia del mutamento del Gonfaloniere della Città. Io fui a vederla al palazzo. Si lavora quasi senza rispetto della Domenica, e ci sono assai botteghe aperte.

Al Mezzedima 20 di Settembre dopo desinare partii di Lucca, avendo prima fatto acconciar due balle di robe per mandar in Francia.

Seguitassimo una strada speditevole e piana. La contrada sterile a modo delle Lome di Gascogna. Passammo sopra un ponte fatto dal Duca Cosimo, un rio grande. In quel luogo sono mulini a far ferro, del Granduca, e bello alloggiamento. Ci sono ancora tre peschiere, o lochi appartati a modo di stagnetti rinchiusi, e lastricati di sotto di mattoni ne i quali si conserva un numero infinito d’anguille, le quali compariscono facilmente, essendoci poca acqua. Varcammo poi l’Arno a Fucecchio, e capitammo al buio alla

SCALA 20 miglia. Di Scala partii al spuntar del sole. Passai un cammino bello, e quasi pari. Il paese montuoso di montagne piccole, e fertilissime come le montagne Francesche. Passammo per il mezzo di Castel Fiorentino, piccola Terra chiusa di mura ; e poi al piede e darente a Certaldo patria del Boccacio, Castello bello sopra un colle. Venimmo a desinare a

POGGIBONZI 18 miglia, una Terra piccola. Di là a cena a

SIENA 12 miglia. A me pare, che fusse più freddo il cielo in questa stagione in Italia, ch’in Francia.

La piazza di Siena è la più bella che si vedda in nissuna altra Città. Si dice in quella ogni giorno la messa in un altare al publico, al quale d’ogni intorno riguardano le case, e botteghe, in modo che gli artefici, e tutto questo popolo, senza abbandonare le loro faccende, e partirsi del loco loro, la possono sentire. E quando si fa l’elevazione, si fa tocca una trombetta acciò ch’ognuno avvertisca. Al 23 di Settembre la Domenica dopo desinare partimmo di Siena. Et avendo seguito una strada speditevole, comechè un poco inuguale (quel paese essendo montuoso di colline fertili, e monti non alpestri) giunsimo a

S. CHIRICO 20 miglia, un castelluccio. Alloggiassimo fuora delle mura. Il cavallo della soma essendo giaciuto in un fiumicello che passammo a guado, ruinò tutte le mie robe, e particolarmente i libri : e bisognò del tempo a asciugarle. Stavano sui colli di man stanca vicini Montepulciano, Moncello, Castiglioncello.

Lunedì a buona ora andai a vedere un bagno discosto di due miglia, il quale bagno si domanda Pignone, del nome d’un Castelluccio chegli è darente. Il bagno è posto in un loco un po’ alto : al piede del quale passa il fiume Urcia. In questo loco ci sono una dodicina di casette, o in quel torno, poco comode, e disgustevoli, poste intorno. Non pare altro che una pidocchieria. Un gran stagno intornato di mura, e scaloni, dove vedono bollire nel mezzo parecchi polle di questa acqua calda. La quale non avendo odore di zolfo, poco fumo, e la sua fece rossa, pare essere più tosto ferruminea che altramente. Non se ne beve. La lunghezza di questo stagno è di sessanta passi, la larghezza di trenta cinque. Ci sono in certi lochi intorno desso stagno lochi appartati, coperti, quattro o cinque, dove è uso di bagnarsi. Questo bagno è assai nobile.

Non si beve di questa acqua, ma sì bene di quella di S. Cassiano, la quale ha più grido, vicino del detto S. Chierico 18 miglia verso Roma a man stanca della strada maestra. Considerando la pulitezza di questi Vasellamenti di terra, che paiono di porcellana sì sono bianchi e netti, e tanto a buon mercato, che veramente mi paiono più gustevoli per lo mangiare, che il stagno di Francia, massimamente brutto come si trova alle osterie.

A questi giorni mi sentiva un po’ della testa, del che avea pensato dovere essere a pieno liberato. E sì, come prima, mi veniva intorno agli occhi, & alla fronte, & alle altre parti d’innanzi della testa, gravezze, debolezze, turbolenze : del che sentiva un grande travaglio d’animo. Martedì venimmo a desinare a

LA PAGLIA 13 miglia, a dormire a

S. LORENZO 16 miglia : cattivi alberghi. Le vindegne si cominciavano a fare in quelle bande. Mercordì la mattina nacque una questione tra nostri uomini con gli Vetturini di Siena i quali considerato ch’eramo stati in viaggio più dell’ordinario, toccando loro di far le spese a i cavalli, dicevano non voler pagare la spesa di quella sera. Fu a tanto la cosa, che bisognò parlarne al Governatore, il quale avendomi udito, me la diede vinta, e messe in prigione l’uno de i Vetturini. Diceva io, che la cascata del cavallo nell’acqua, della quale aveva ruinata la più parte della mia roba, era stata causa del nostro indugiare.

Vicino alla strada maestra, discosto di qualche passi a man dritta a sei miglia di Montefiascone, o in quel torno, c’e un bagno nomato …. posto in una grandissima pianura. Et a tre miglia, o quattro, del monte piú vicino fa un piccolo lago : all’un termine del quale si vede una grossa polla bollir gagliardamente, e buttar acqua da abbruciare. Puzza assai al solfo, e fa una schiuma, e fece bianca. Di questa polla d’una banda nasce un condotto, il quale mena l’acqua a duo bagni che sono in una casa vicino. La qual casa è sola con assai stanzette, ma cattive. Non credo, che ci sia gran calca. Se ne beve sette giorni dieci libre per volta : ma bisogna lasciare l’acqua un po’ rinfrescare prima, per levarli quel calore, come si fa al bagno di Preissac. Il bagno si prende altrettanto. Questa casa, & il bagno, è del dominio di certa Chiesa. S’affitta cinquanta scudi. Ma oltra questo utile delli ammalati che ci vanno alla primavera, colui il quale la tiene a pigione, vende certo fango che si tira del detto lago : il qual fango serve a’ cristiani, disfacendolo con oglio caldo per le rogne ; o vero alle pecore rognose, e cani, disfacendolo con acqua. Quello fango, quando lo vende in terra a some 2 giuli la soma : quando in palle secche a sette quattrini per una. Ci riscontrammo assaissimi cani del Cardinal Farnese, li quali erano menati là per farli bagnare. Circa tre miglia di là giunsimo a

VITERBO 16 miglia. Era tal ora, che bisognò fare tutto una del pranzo e della cena. Era io allora molto roco, e raffreddato ; & avea dormito vestito su una tavola a S. Lorenzo per rispetto de cimici : quel che non m’era accaduto ch’a Firenze ; & in quel loco. A Viterbo mangiai certa sorte di ghiandegensole nomate. Se ne trova in assaissimi lochi d’Italia. Sono gustevoli. Ci sono ancora tanti stornelli, che per un baiocco ne avete uno.

Giovedì 28 di Settembre la mattina andai a vedere certi altri bagni vicini di quella Terra, posti nel piano, assai discosto e lontano del monte. Prima si vedono edifici in duo diversi lochi, dove erano bagni, non è molto tempo, i quali per trascuraggine sono persi. Esala tuttavia il terreno un puzzore grande. C’è più là una casettuccia, nella quale sta una polla piccinina d’acqua calda a dare un laghetto a bagnarci. Questa acqua non ha odore. Un gusto insipido. Calda mezzanamente. Giudicai che avesse molto del ferro. Di questa se ne beve. Più là è il Palazzo che si dice del Papa, perché si tiene, ch’il Papa Nicolò lo fece, o rifece. Al basso di quel Palazzo, e nel terreno in sito molto basso, sono tre polle diverse d’acque calde. L’una delle quali è per servizio di beveraggio. Quella è d’un calore mezzano, e temperato. Puzzore niuno, o odore. Nel sapore ha un poco di punta, e d’acume. Credo, che tenga molto del nitro. Era ito con intento di berne tre giorni. Se ne beve come in altri lochi, quanto alla quantità. Si passeggia poi : e si loda il sudore.

Questa acqua ha grandissimo grido, e se ne porta via con some per tutta l’Italia : & a questa dà il Medico, il quale ha universalmente scritto de i bagni, il vantaggio sopra tutte l’acque d’Italia per il bere. Particolarmente se le attribuisce grande virtù per le cose de i reni. Si beve piú ordinariamente in Maggio. Mi diede cattivo augurio il leggere la scritta contra il muro, d’uno che bestemmiava i Medici d’averlo mandato là, e che s’era molto impeggiorato. Di più, che il bagnaiolo diceva, la stagione esser troppo tarda ; e mi confortava freddamente berne.

Non c’è ch’uno alloggiamento, ma grande & onestamente comodo, discosto di Viterbo d’un miglio, e mezzo. Io ci andai a piedi. Ci sono tre o quattro bagni di diversi effetti : e di più, loco per le doccie. Fanno queste acque una schiuma bianchissima, la quale si fitta facilmente, e stà soda come ghiaccio, facendo una crosta dura sopra l’acqua. Tutto il loco si vede imbianchito, & incrostato a questo modo. Metteteci un panno lino, in un subito lo vedete carico di questa schiuma, e sodo come se fusse assiderato. Di questa cosa si nettano utilmente li denti, e se ne manda via, e vende. Masticando questa fece non si vede sapore che di terra o sabbio. Si dice, che questa è materia del marmo. Chi sa fusse per impetrarsi ancora nelli reni? Si dice tuttavia, che quella acqua che si porta in fiaschi, non fa niuna fece, e si mantiene purissima, e chiara. Credo, che se ne possa bere a piacere, e che riceva qualche guasto di quella punta per agevolire il berne.

Di là al ritorno andai in questo medesimo piano, il quale ha una lunghezza grande, e larghezza di otto miglia, a vedere il loco dove gli abitatori di Viterbo (fra i quali non è nissuno Gentiluomo, e sono tutti lavoratori, e mercatanti) radunano i lini, e la canape : delle quali cose fanno grande arte. Gli uomini fanno questo lavoro. Non è da donne fra loro. Ce n’era quantità grande, e di lavoratori intorno a un certo lago d’acqua medesimamente calda, e bollente d’ogni stagione. Il quale lago dicono non aver fondo : del quale si tirano poi altri laghetti tiepidi dove si mette a bagnare la canape, & il lino.

Tornato a casa, fatto questa gita andando a piè, e tornando a cavallo, buttai una piccola pietra rossa, e soda, grossa come un grosso grano di frumento. La scesa della quale avea il giorno innanzi sentita un po’ in sul pettignone. Si fermò al passaggio. Per amor di agevolirle l’uscita fa bene di ferrare il passo all’orina, e stringere il cazzo alquanto acciocch’esca poi più gagliardamente. M’apparò questa ricetta il Signor di Langon a Arsac.

Il Sabbato, Festa di S. Michele, dopo desinare andai alla Madonna del Cerquio discosta della città d’un miglio. Si va per una grande strada molto bella, pari e dritta, guarnita d’alberi d’un termine e dall’ altro, fatta studiosamente dal Papa Farnese. La Chiesa è bella, piena di gran religione, e di voti infiniti. Porta la scritta latina, che fa cento anni, o in quel torno, essendo un uomo assalito da alcuni ladri, e mezzo morto, ricorse a una quercia, nella quale era questa immagine della Madonna ; alla quale fatto le sue preghiere, per miracolo fu invisibile a i ladri : e così scampò un pericolo evidentissimo. Di questo miracolo nacque la particolar devozione alla Madonna. Fu a torno della quercia édificata questa bellissima Chiesa. Ora si vede il tronco della quercia tagliato da basso, e la parte dove è posta l’immagine attaccata al muro, & i rami intorno tagliati.

Al Sabbato ultimo di Settembre la mattina io mi partii di Viterbo, e presi la strada di Bagnaio, loco del Cardinal Gimbaro molto ornato, e ben acconcio fra l’altre cose di fontane. Et in questa parte pare, che non solamente pareggi, ma vinca e Pratolino, e Tivoli. Prima ha l’acqua di fontana viva, che non ha Tivoli ; e tanto abbondevole (che non ha Pratolino) ch’ella basta a infiniti disegni. Il medesimo Messer Tomaso da Siena, il quale ha condotto l’opera di Tivoli, o la principale, è ancora conduttore di questa la quale non è fornita : e così aggiungendo sempre nuove invenzioni alle vecchie, ha posto in questo suo ultimo lavoro assai più d’arte, di bellezza, e leggiadria. Tra mille altre membra di questo eccellente corpo si vede una piramide alta, la quale butta acqua in assaissimi modi diversi : questa monta, questa cala. A torno a questa piramide sono quattro laghetti belli, chiari, netti, gonfi d’acqua. Nel mezzo di ciascuno una navicella di pietra con due archibuggieri, i quali tirano acqua, e la balestrano contra la piramide : & un trombetto in ciascuna che tira ancora lui acqua. E si va a torno questi laghi e piramide per bellissimi viali con appoggi di bella pietra lavorati molto artificiosamente. Ad altri piacquero piú altre parti. Il Palazzo piccolo, ma pulito, e piacevole. Certo, s’io me ne intendo, porta questo loco di gran lunga il pregio dell’uso, e servizio delle acque. Lui non ci era. Ma essendo Francesco di core, come egli, ci fu fatta da i suoi tutta la cortesia & amorevolezza che si può richiedere.

Di là seguendo la dritta strada incappassimo a Caprarola Palazzo del Cardinal Farnese : il quale è di grandissimo grido in Italia. Non ne ho visto in Italia nissuno che li stia a petto. Ha un gran fosso d’attorno intagliato nel tufo. L’edificio di sopra alla foggia d’un terrazzo : non si vedono le tegole. La forma cincangola, ma la quale pare quadratissima agli occhi. Dentro pure è tonda perfettamente con larghi corridori à torno, voltati tutti, e dipinti d’ogni parte. Le stanze quadre tutte. L’edificio molto grande. Sale bellissime. Fra le quali ce n’è una mirabile ; nella quale alla volta di sopra, (perché l’edifizio è voltato per tutto), si vede il globo celeste con tutte le figure. A torno alle mura il globo terrestre, le regioni, e la cosmographia, pinta ogni cosa molto riccamente sul moro istesso. In diversi altri luochi si vedono dipinte le piú nobili azioni di Papa Paolo 3, e Casa Farnese. Le persone ritratte sì al vivo, che, dove il nostro Contestabile, o la Regina Madre, o i suoi figliuoli Carlo, Enrico, e Duca d’Alanzone, e Regina di Navarra, si vedono ritratti, subito sono riconosciuti di chi li ha visti. Simigliantemente il Re Francesco, Enrico II, Pietro Strozzi, & altri. In una medesima sala a i duo termini si vedono le effigie del Re Enrico II d’una banda, & al loco più onorevole ; sotto la quale lo dice la scritta Conservatore di Casa Farnese ; all’altra si vede il Re Filippo, la cui scritta dice, Per li molti beni da Lui ricevuti. Ci sono anche fuora parecchi cose ragguardevoli e belle. Fra le altre una gotta la quale spruzzando l’acqua in un laghetto con arte fa parere & alla vista, & al suono, la scesa della pioggia naturalissima. Il sito sterile, & alpestro. E li bisogna tirare l’acqua delle sue fontane fino di Viterbo a otto miglia discosto.

Di lá seguitando una strada pari, & una grande pianura, ci abbattemmo a grandissimi prati, in mezzo de i quali in certi lochi e senza erba, si vede bollire delle polle d’acqua fredda pure, ma puzzolente al zolfo in modo di molto lontano se ne scorge l’odore. Venimmo a dormire a

MONTEROSSI, 23 miglia. Domenica primo d’Ottobre a

ROMA, 22 miglia. Si sentiva quella stagione un grandissimo freddo, & un vento di tramontana agghiacciato. Lunedì, & alcuni giorni seguenti, io mi sentiva il stomaco indigesto. E per questa occasione feci alcuni pasti appartato per mangiare manco : & ebbi lubrichezza del corpo : in modo che mi sentiva assai allegro della persona, fuori che della testa la quale non si riaveva mai del tutto. Il dì ch’io giunsi a Roma ricevetti le lettere delli Giurati di Bordeaux, i quali mi scrivevano molto cortesemente della elezione ch’avevano fatta di me per Governatore della lor Città : e mi pregavano molto d’andardi a trovare.

La Domenica alli 8 d’Ottobre 1581 andai a vedere ne i termi di Diocleziano in sul Monte Cavallo un Italiano il quale essendo suto molto tempo schiavo de i Turchi aveva imparato mille rare cose nel cavalcare ; come, che correndo a tutta briglia si stava dritto in piè sulla sella, e gittava con ogni forza un dardo, e poi d’un tratto si calava nella sella. Correndo in furia, e tenendo d’una mano all’arcione, scendeva del cavallo, toccando del piè dritto a terra, il mancino tenendo nella staffa : e più volte scendeva, e saliva sulla sella a questo modo. Faceva parrecchi giri del corpo sulla sella correndo sempre. Tirava d’un arco Turchesco dinanzi, e di dietro con grande agevolezza.

Appogiando la testa, e la spalla sul collo del cavallo, e stando i piè in su dritto, dava carriera al cavallo. Avendo una mazza in mano, la gittava in l’aria, e ripigliava correndo. Essendo in piede sulla sella, una lancia in mano dritto dava in un guanto, e l’infilava, come si corre all’anello. A piedi girava una piqua intorno al collo dinanzi, e dietro, avendola prima spinta forte con la mano.

Al 10 d’Ottobre, l’Ambasciatore di Francia mi mandò dopo desinare un staffiero per dirmi, che veniva a pigliarmi nel suo cocchio, s’io voleva ; per menarmi a vedere gli moboli del Cardinale Ursino, i quali si vendevano, perché Lui era morto questa state in Napoli : & avea lasciato erede delli suoi beni grandissimi una sua Nipote bambina. Fra le altre cose rade ci era una coperta di taffettà frodata di piuma di cigno. Di queste pelli di cigni intere colla piuma se ne vede assai in Siena e tutte acconcie non me ne fu domandato altro che uno scudo e mezzo. Sono grandi come una pelle di castrato : e poche basterebbono a fare una coperta a questo modo. Vidi ancora un ovo di autrucilo lavorato intorno, e tutto pinto di belle pitture. Di più una cassetta quadra a metter gioie, nella quale ce n’era qualche quantità : ma essendo la cassa molto artatamente d’ogni banda acconcia di spere, come s’apriva la cassa, pareva che d’ogni lato, e di sopra, e di basso, fosse molto più larga, e cupa, e che ci fussino dieci volte più di gioie che non ci erano, una medesima cosa vedendosi più volte per il riverbero delle spere, delle quali spere malagevolmente si poteva scorgere.

Il Giovedì 12 d’Ottobre il Cardinal di Sans mi menò in cocchio solo seco a veder S. Giovanni, e Paolo, Chiesa della quale lui è Padrone : & è di quei Frati che fanno acque e profumi, de i quali ho parlato di sopra ; posta sopra il monte Celio. E pare, che quella altura di sito sia come fatta ad arte, essendo tutta quanta di sotto voltata con grandi corridori, e sale sotterra. Si dice, che fusse là il Foro Ostilio. I giardini e vigne di questi Frati sono posti in una bellissima veduta donde si scuopre la vecchia, e nuova Roma, loco per la sua altezza diripita, e cupa, appartato, e inaccessibile quasi d’ogni parte. Quel medesimo dì diedi una cassetta di legno ben assettata a un conduttore a mandarla a Milano : nella qual strada i mulattieri ordinariamente stanno 20 giorni. Pesava tutta la roba 150 libre, e si paga 4 baiocchi per libra, i quali tornano a 2 soldi Franceschi. Ci erano dentro molte robe di pregio, massimamente una collana d’Agnus Dei bellissima, e la quale non aveva la sua pari in Roma, fatta a posta per l’Imbasciatore dell’Imperatrice, il quale la avea fatta benedire al Papa con un Cavalliere.

La Domenica 15 d’Ottobre la mattina io partii di Roma, e ci lasciai il mio Fratello con 43 scudi d’oro, con i quali si risolveva di poter star là, & imparar la scherma per il tempo di cinque mesi. Avea innanzi ch’io partissi, affittato una camerina polita per 20 giuli il mese. Mi fecero compagna fino alla prima posta i Signori d’Estissac, di Montu, Baron di Chase, Morens, & altri parecchi. E senza ch’io partii più per tempo per levar l’occasione di dar questa noia a questi Gentiluomini, ce n’erano assai d’altri in procinto per venire, i quali avevano già affittati i cavalli, come i Signori di Bellai, d’Ambres, d’Alegra, & altri. Venni a dormire a

RONCIGLIONE, 30 miglia, avendo locato fino a Lucca i cavalli a 20 giuli per uno, facendo il vetturino le spese a i detti cavalli da per se.

Lunedi la mattina stupiva di sentire un freddo tanto acuto, che mai mi pareva aver sentito stagione tanto fredda, e di vedere in quelle bande le vendemmie, e ricolta del vino non ancora fornita. Venni a desinare a Viterbo, ove mi messi addosso le pellicie, e tutti i miei ferramenti dell’ inverno ; di là a cenare a

S. LORENZO, 29 miglia. Di là venni a dormire a

S. CHIRICO, 32 miglia. Tutte queste strade sono state assettate uguanno per ordine del Duca di Toscana : la quale opera è molto bella, e profittevole al servigio publico. Dio glielo rimeriti, perché le vie difficillime sono per questo mezzo speditevoli e commode come le vie d’una Città. Era cosa stupenda di sentire il numero infinito di gente che andava a Roma. Si vedeva per questo conto, che i cavalli da vettura per andare a Roma erano fuora d’ogni pregio di carestia : e quei di ritorno di Roma si lasciavano per nonnulla. Presso di Siena, come in infiniti altri luoghi, si trova un ponte doppio, cioè ponte sopra il quale passa un’altra acqua con un canale. Giunsimo la sera a

SIENA, 20 miglia. Quella notte mi sentii circa due ore della colica : e mi parse sentire la scesa della pietra. Il Giovedì a buona ora mi venne a trovare Guglielmo Felice Ebreo medico, il quale mi diede un gran discorso dell’ordine del mio vivere sopra il suggetto delle reni, & arenella. In quel punto mi partii di Siena : e mi represe la colica, la quale mi durò tre, o quattro ore. Al capo delle quali m’accorsi chiaramente con un grandissimo dolore del pettignone, del cazzo, e del culo, che la pietra era cascata. Venni a cena a

PONTEALCE, 28 miglia. Buttai là una pietra più grossa ch’un grano di miglio con alcune arenella rosse, senza dolore, o difficoltà al passare. Ne partii Venerdì la mattina, e nella strada mi fermai a

ALTOPASCIO, 16 miglia. Stetti là una ora per far mangiare la biada alle bestie : dove senza gran fastidio buttai con assai sabbio una pietra lunga, parte soda, parte molle, della grandezza d’un grosso grano, e più. Riscontrammo nella strada parecchi contadini i quali coglievano le fronde delle vigne, la quale guardano per darne l’inverno alle bestie, altri che coglievano la felce per farne lattume. Vemmo a dormire a

LUCCA, 8 miglia. Fui là visitato da parecchi Gentiluomini, & artigiani. Il Sabbato 21 d’Ottobre alla mattina mi si spinse fuora un altra pietra, la quale si fermó un pezzo nel canale, ma n’uscì pure senza dolore, e difficultà. Questa era più tosto tonda che altramente, dura, e massiccia, aspera pure, e rozza, bianca dentro, e rossa di sopra, assai più grande ch’un grano. In quel mentre buttai tuttavia arenella. Di qui si vede, che di se stessa la natura si scaria alcune delle volte ; e si sente come un flusso di questa roba. Ringraziato sia Iddio, ch’esce fuora senza dolore d’importanza, e non disturba le azioni.

Dopo aver mangiato un’uva (perchè in questo viaggio mangiava, pochissimo la mattina, o nonnulla), mi partii di Lucca senza aspettare certi Gentiluomini i quali si mettevano in ordine per venirmi ad accompagnare. Feci una bella strada, la più parte piana, avendo della man dritta gli monticelli carichi d’infiniti oliveti, alla manca paduli, e d’arente il mare.

Riscontrai in un loco del Stato di Lucca un instrumento il quale è mezzo ruinato per la trascuraggine de i detti Signori : e fa questo difetto gran danno alle campagne d’intorno. Questo instrumento era fatto per il servizio d’asseccar le terre in questi paduli, e renderle fertili. S’era tirato un gran fosso, al capo del quale tre rote, le quali si movevano di continuo per il mezzo d’un rivo d’acqua viva, il quale veniva cascando della montagna in su queste ruote, le quali con certi vasi attaccati ad esse tiravano d’una banda l’acqua del detto fosso e dell’altra banda la versavano dentro un altro fosso a canale più alto : il qual fosso fatto a posta, e guarnito di muro d’ogni banda portava questa acqua nel mare. Si asseccava cosi tutto il paese d’intorno.

Passai nel mezzo di Pietra Santa Castello del Duca di Firenza assai grande, & popolato di case, vuoto tuttavia di persone, perciocchè, a quel che si dice, l’aria ci è tanto cattiva che non si può stare, e morono la più parte, o stentano. Venimmo a cena a

MASSA DI CARRARA, 22 miglia : Terra la quale è al Principe di Massa di Casa Cibo. Si vede un Castello bello alla cima d’un monticello. Sul mezzo del detto monticello, intorno al detto Castello e di sotto di esso, sono le strade, e le case intorniate di buone mura. E piú basso fuora le dette mura, sta un Borgo grande al piano, intorniato d’altre mura nuove. Il loco è bello, belle strade, belle case, e pitturate. Era sforzato di bere vini nuovi ; e non se ne beve altri in quelle bande : i quali con certi legni, e ghiara d’uova, si fanno tanto chiari che non ci manca nulla del colore de i vecchi, ma hanno non so che sapore non naturale.

La Domenica 22 di Ottobre seguitai prima una strada molto piana, avendo sempre il mare Tirreno su la man manca vicino d’una archibugiata. Et in quella strada fra noi, & il mare vimmo una ruina non molto grande, la quale gli paesani dicono essere stata una grande Città nomata Luna.

Vimmo poi a Sarrezana, Terra della Signoria di Genoa : e si vede la loro insegna, la quale è un S. Giorgio a cavallo. Tiene là una guardia di soldati Svizzeri, essendo Terra la quale è suta altre volte del Duca di Firenze. E se non s’intermettesse il Principe di Massa fra loro, non si dubita, che Pietra Santa, e Sarrezana, frontiere dell’un Stato, e dell’altro, non fussino di continuo alle mani. Passato Sarrezana (dove fummo sforzati pagare 4 giuli per una posta per cavallo, e dove si faceva una grande allegrezza d’artiglieria per il passaggio di Don Gioan de Medici Fratello naturale del Duca di Firenze, il quale tornava di Genoa dell’Imperatrice, dove era ito da parte del detto Fratello, come parecchi altri Principi d’Italia erano ancora loro andati ; e fra li altri si faceva gran grido della sontuosità del Duca di Ferrara, il quale venne a riscontrarla a Padoa con 400 carrozze avendo domandato licenzia alla Signoria di Vinezia d’andare nelle loro Terre con seicento cavalli, alla quale richiesta Essi aveano fatto risposta, che li concedevano di venire con certo numero alquanto minore : Lui messe tutta sua gente in carrozze, e così li menó tutti, ma diminuì il numero de i cavalli. Questo Principe Don Gianni lo iscontrai nelle via, giovane assai bello di persona, accompagnato di 20 uomini ben in arnese, ma su cavalli di vettura, il quale andare non disdice punto in Italia né anco a’ Principi) passato Sarezzana lasciammo a man stanca la strada di Genoa. Per andare a Milano c’e poca differenza di passar per Genoa, o per l’altra via, e torna a uno.

Desiderava veder quella Città, e l’Imperatrice che ci era. Mi disturbò, che per andarci sono due strade, l’una lunga di tre giornate di Sarrezana, la quale ha 40 miglia di cattivissima, & alpestrissima via di sassi, e precipizi, e male osterie : poco si bazzica quella via ; l’altra è per Lerici discosto tre miglia di Sarrezana, dove si mette per mare, e si passa dodici ore in Genoa. Io non sopportando l’acqua per il difetto del stomaco, e non tanto sospettando il disagio di quella strada, quanto il tentare d’alloaggiamenti per la gran calca ch’era in Genoa ; e di più, che si diceva, che la strada di Genoa a Milano non era troppo sicura di ladri ; e non avendo altro in testa che il mio ritorno ; mi risolsi di lasciar Genoa da parte, e seguii la strada a man dritta fra molte montagne, tenendo sempre il fondo, e vallone, il lungo del fiume Magra. Et avendola a man stanca passammo adesso per il Stato di Genoa, adesso del Duca di Firenze, adesso de i Signori di Casa Malespina. In fine per una via comodamente bona fuori qualche passi scoscesi è diripiti giunsimo a dormire a

PONTREMOLI, 30 miglia, Cittá molto lunga, popolata d’antichi edifizi non molto belli. Ci sono alcune ruine, e si dice che si nomava delli antichi Appua. È adesso del Stato di Milano : e ultimamente la godevano quei di Casa Fiesca. A tavola mi fu data la prima cosa il cacio, come si fa verso Milano, e contrade d’intorno Piacenza. Mi furono date, secondo l’uso di Genoa, delle olive senza anima acconcie con oglio, & aceto, in forma d’insalata buonissime. Il sito d’essa Cittá è fra le montagne, & al piede d’esse. Si dava a lavar le mani un bacile pieno d’acqua posta sopra un scannetto. Bisognava, che si lavasse ognuno le mani con esso l’acqua.

Me ne partii Lunedì 23 la mattina ; e salii, all’uscir di casa, l’Apennino alto assai, ma la strada punto difficile, né pericolosa. Stettimo tutto il dì salendo, e calando montagne alpestre la più parte, e poco fertili. Venimmo la sera a dormire a

FORNOVO nel Stato del Conte di S. Secondo, 30 miglia. Mi fu piacere di vidermi uscito delle mani di quei furfanti della montagna : dei i quali s’usa tutta la crudeltà a’ viandanti sulla spesa del mangiare, e locare cavalli, che si possa immaginare. Mi fu là messo a tavola diverse sorte d’intingoletti in forma di mostarda buonissimi di diverse sorte. Era l’una di quelle fatta di mele cotonie. Si sente in quelle bande estrema carestia di cavalli a vettura. Sete in mano di gente senza regola, e senza fede verso i forestieri. Altri pagavano duo giuli per cavallo per posta : a me ne domandavano tre, e quattro, e cinque giuli per posta, in modo ch’ogni giorno andava più d’un scudo a logar un cavallo, perchè oltra di questo contavano due poste dove non ne era che una. Era là discosto di Parma due poste : e di Parma c’era fino a Piacenza quella medesima strada la quale era di Fornovo, in modo che non si slungava la via che di due poste. Non ci volsi andare per non disturbare il mio viaggio, avendo dismesso ogni altro intento. Questo loco é una piccola Villa di sei, o sette casette, posta sopra un piano il lungo della fiumara Taro, mi pare che si nomi. La quale seguitammo Martedì la mattina un pezzo venendo a desinare a

BORGO S. DONI, 12 miglia, Casteluccio, il quale il Duca di Parma comincia d’intorniare di mura belle, e ben fornite di fianchi. Si messe là a tavola della mostarda fatta di mele, e di naranchie, tagliate a pezzi in forma di codogniaco mezzo cotto.

Di là lasciando a man dritta Cremona a medesima distanza che Piacenza, seguitando una bellissima strada pari & in un paese dove fin all’orizzonte non si vede montagna, nè inegualità ; il terreno fertilissimo, mutando di posta in posta cavalli, i quali due poste io menai al galoppo, per sentir le forze de i lombi : e non ci trovai nè mal, nè stracchezza : l’orina naturale. Vicino a Piacenza ci sono due colonne grandi, l’una d’un lato della strada, l’altra dell’altra, circa quaranta passi di larghezza fra le due. A piede delle quali colonne è scritto in Latino, che si proibisce di edificare, piantare arbori, e vigne fra essi. Non so se voglia conservare la larghezza della strada solamente, o veramente, che di esse colonne fino alla città, la quale n’è distante di mezzo miglio, si voglia conservar la spianura scoperta come ella si vede. Venimmo a dormire a

PIACENZA, 20 miglia, Città via assai grande. Essendoci giunto assai di bon’ora la voltai d’ogni banda tre ore. Strade fangose non lastricate, piccole case. E nella piazza, dove è la sua grandezza, c’è il Pallazzo della Giustizia, e le prigioni, & il concorso di tutti i Cittadini quì intorno, guarnito di botteghe da nessun conto.

Viddi il Castello, il quale è nelle mani del Re Filippo, il quale ci ha guardia di 300 Spagnuoli mal pagati, a quel ch’io intesi d’essi. La Diana la mattina e la sera si sona con quelli instrumenti che noi nomamo haubois, & essi fiffari : e si sona una hora. Ci è gran gente là dentro, e belle pezze d’artigliera. Il Duca di Parma non ci va mai. Lui a parte sua è alloggiato (& in quel tempo era nella Città) nella Cittadella, la quale è un Castello in un altro loco : e mai non va a questo Castello che tiene il Re Filippo. In fine io non ci viddi nulla degno d’esser veduto, che il novo edificio di S. Augustino, edificato per di quel che il Re Filippo ci ha messo in iscambio d’una altra Chiesa di S. Augustino della quale Lui ha fatto questo Castello : ch’egli tiene parte della rendita della Chiesa stessa. La Chiesa resta a fare, & ha un bel principio. Ma le abitazioni de i Frati, i quali sono 70 di numero, & i chiostri doppi, sono forniti. Questo edificio mi pare in corridori, dormitori, cantine, & altra faccenda, il più suntuoso e magnifico che io abbia visto in niun altro loco, se ben mi ricordo, per servigio di Chiesa. Mettono a tavola il sale in mazza ; il formaggio un gran pezza senza piatto. Il Duca di Parma aspettava in Piacenza la venuta del Figliuolo primogenito dell’Arciduca d’Austria, il quale Figliuolo io viddi à Isprug ; e adesso si diceva, che andasse a Roma per essere coronato Re de’ Romani. Si porge l’acqua alle mani : & a mescolarla col vino con un cocchiaro grande d’ottone. Il formaggio che si mangia là, è del tutto simile a quelli Piacentini che si vendono per tutto. Piacenza è dritto la mezza strada di Roma a Lione. Avea, per farla più dritta verso Milano, a andare a dormire a

MARIGNANO, 30 miglia : e di là a Milano ne sono dieci. Slungai di dieci miglia il viaggio per veder Pavia. Partii a bona ora il Mercordì 25 d’Ottobre seguitando una bella strada, nella quale orinai una pietrella molle, e sabbio assai. Passammo nel mezzo un Castelluccio del Conte Santafiore. Sul fine della via varcassimo il Po sopra un catafalco posto sopra due barche con una loggietta condotto con una longa fune appoggiata in diversi lochi sopra alcune barchetelle poste per ordine nel fiume. Vicino a quel loco si mescola il Tesino al Po. Giunsimo a bona ora a

PAVIA, 30 miglia piccole. Subito mi messi a veder le cose principali della Città, il ponte sopra il Tesino, le Chiese del Duomo, Carmini, S. Tomaso, S. Agostino, nella quale è l’arca d’Augustino, ricco sepolcro di marmo bianco con molte statue. In una certa piazza della Città si vede una colonna di mattoni, sopra la quale è una effigie, la quale pare ritratta di quell’Antonino Pio ch’è a cavallo innanzi al Campidoglio.

Questa e più piccola, e non ha alcuna parità di bellezza. Ma quel che mi mette più in dubbio è questa statua ha delle staffe, & una sella con arcioni dinanzi, e dietro, dove l’altra non ha questo, e confà di tanto meglio con l’opinione de i dotti, che le staffe, e selle, a questo modo, sono trovate dapoi. Qualche ignorante scultore forse ha pensato, che questo ci mancasse. Viddi oltra, quel principio d’edificio del Cardinal Borromeo per il servizio delli Scolari.

La Città è grande & onestamente bella, popolata comodamente, e non ci manca artigiani d’assai sorte. Poche belle case ci sono. E quella dove fu i giorni passati alloggiata l’Imperatrice, è poca cosa. Viddi le arme di Francia, ma erano scancellati i gigli. In fine non ci e cosa niuna rara. Si danno per quelle bande i cavalli a duo giuli per posta. La meglio osteria, o, a dir meglio, il meglio albergo dove io avessi albergo di Roma fin qui, fu la posta di Piacenza : e credo la meglio d’Italia, di quella di Verona in poi. La più cattiva di questo viaggio fu il Falcone di Pavia. Quì si paga, & in Milano, la legna a partito : e si manca materassi a i letti.

Partii di Pavia il Giobbia 26 Ottobre. Pigliai a man dritta la strada mezzo miglio discosta della - dritta per veder il loco dove dicono esser stato il fracasso dell’armata del Re Francesco, il quale è un loco piano : e per veder anco la Chartrosa la quale con ragione ha il grido d’una bellissima Chiesa. La facciata dell’intrata tutta di marmo con infiniti lavori, è cosa veramente da stupirne. C’è di più, un ornamento d’Altare d’avorio, nel quale è scolpito il Vecchio e Novo Testamento. C’è oltra di questo il sepolcro di marmo di Gian Galeazzo Visconti Fondatore della Chiesa : e poi il Coro, & ornamenti del grande altare, & il chiostro d’una grandezza inusitata, e bellissimo. Queste son le più belle cose. La casa è grandissima d’intorno, e fa vista non solamente in grandezza, e quantità di diversi edifici, ma più in numero di gente, servitori, cavalli, cocchi, manovali, & artigiani, d’una Corte d’un grandissimo Principe. Si lavora di continuo con spesa incredibile, la quale fanno i Patri delle lor intrate. Il sito è nel mezzo d’un prato bellissimo. Di là venimmo in

MILANO, 20 miglia. Questa Città è la più popolata d’Italia, grande, e piena d’ogni sorte d’artigiani, e di mercanzia : non dissimiglia troppo a Parigi, & ha molto la vista di Città Francese. Le mancano i palazzi di Roma, Napoli, Genoa, Firenze : ma di grandezza le vince tutte, e di calca di gente arriva a Venezia. Al Venerdì 7 Ottobre andai vedere il Castello per di fuora, e lo girai quasi tutto. E un grandissimo edificio, e di mirabile fortezza. Ci è la guardia almeno di 700 Spagnuoli, benissimo guarnita d’artiglierie, e ci facevano ancora d’ogni intorno alcuni ripari. Quel giorno mi fermai là per la grandissima pioggia che ci sopraggiunse. Fin allora ci avea il tempo, e la via, molto favorevolmente servito. Al Sabbato 28 d’Ottobre partii di Milano la mattina. Mi messi in una via piana e bella ; e con ciò fosse cosa che piovesse di continuo, e che fusse la via piena d’acqua, non ci era fango, inteso che il paese è arenoso. Venni a desinare a

BUFFALORA, 18 miglia. Varcammo là sul ponte il fiume Naville stretto, ma fondo in modo che porta a Milano grosse barche. E un poco più in quà passammo a barche il Tesin, e venimmo dormire a

NOVARRA, 12 miglia, Città piccola, e poco piacevole, posta in un piano. Intorno d’essa vigne, e boschetti, e terreno fertile. Di là partimmo la mattina, e venimmo a stare un pezzo, per far mangiar le bestie, a

VERCEL, 10 miglia, Città del Duca di Savoia ancora essa in piano, e lungo della zesa fiume, il quale varcammo in barca. Il detto ha fatto in quel luogo edificar in gran fretta, & un mondo di gente, una Fortezza bellina a quel ch’io potti scorgere di fuori : e ne ha messo in suspetto i Spagnuoli vicini a quelle bande. Di là passammo per mezzo di S. German, e poi di S. Giaco piccole Castella. E seguendo sempre un bel piano, fertile massimamente di noci (perché in quelle contrade non sono olive, né altro oglio, che di noce) venimmo a dormire a

LIVORNO, 20 miglia, Villetta dove sono assai case. Partimmo Lunedì a buona ora, e seguendo un cammin piano, venimmo a desinar a

CHIVAS, 10 miglia, & di là varcando assaissime fiumare con barche, & a guado, venimmo a

TURINO, 10 miglia. Ci potevamo venire a desinare facilmente. Piccola Città in un sito molto acquoso, non molto ben edificato, né piacevole con questo che per mezzo delle vie corra un fiumicello per nettarle delle lordure.

Diedi a Turino cinque scudi, e mezzo, per cavallo, a servirmene fin a Lione, sei giornate, le spese a fare da per loro. Qui si parla ordinariamente Francese ; e paiono tutti molto divoti alla Francia. La lingua popolesca è una lingua la quale non ha quasi altro che la pronunzia Italiana : il restante sono parole delle nostre. Ne partimmo al Martedì ultimo d’ottobre, e venimmo il lungo d’una via pari a desinare a

S. AMBROGIO, 2 poste. Di là seguendo un piano stretto fra le montagne, a domire a SUSA, 2 poste, Castelluccio popolato d’assai di case. Io sentiva lì un gran dolore al ginocchio dritto, il qual dolore mi avea durato assai giorni, ma andava tuttavia augumentando. Le osterie sono lì meglio che in altri loci d’Italia, buoni vini, pane cattivo, molto a mangiare, albergatori cortesi, e per tutta Savoia. Alla festa di tutti i Santi avendo udita la messa venni alla

NOVALESE, una posta. Locai lì 8 marroni i quali mi portassero in sedia fin alla cima di Mon Senis, e poi al calare di l’altra mi ramassassero.

Montaigne continue ici son Journal en sa Langue naturelle.

Ici on parle Francès ; einsi je quite ce langage étrangier, duquel je me sers bien facilemant, mais bien mal assûréemant, n’aïant eu loisir, pour être tousiours en compaignie de François, de faire nul apprentissage qui vaille. Je passai la montée du Mont-senis moitié à cheval, moitié sur une chese portée par quatre hommes, & autres qui les refrechissoient. Ils me portoient sur leurs épaules. La montée est de deus heures, pierreuse & mal aisée à chevaus qui n’y sont acostumés, mais autremant sans hasard & difficulté car la montaigne se haussant tousiours en son espessur, vous n’y voyés nul praecipice ni dangier que de broncher. Sous vous, au dessus du mont, il y a une plaine de deus lieues, plusieurs maisonetes, lacs & fontenes, & la poste : point d’abres, oui bien de l’herbe & des prés qui servent en la douce saison. Lors tout étoit couvert de nege. La descente est d’une lieue coupée & droite, où je me fis ramasser à mes mesmes Marrons, & de tout leur service à huit, je donai deux escus. Toutefois le sul ramasser ne coute qu’un teston, c’est un pesant badinage, mais sans hasard aucun & sans grand esperit : nous disnâmes à

LANEBOURG, deux postes, qui est un village au pied de la montaigne, où est la Savoie, & vinmes coucher à deux lieues, à un petit vilage. Partout là il y a force truites, & vins vieus & nouveaus excellans. De là nous vinmes, par un chemin montueus & pierreus, disner à

S. MICHEL, cinq lieues, village où est la poste. De là vinsmes au giste, bien tard & bien mouillé, à

LA CHAMBRE, cinq lieues, petite Ville d’où tirent leur titre les Marquis de la Chambre. Le Vandredi, 3 de Novambre, vinmes disner à

AIGUEBELLE, quatre liues, Bourg fermé, & au giste à

MONTMELLIAN, quatre lieues, Ville & Fort, lequel tient le dessus d’une petite croupe qui s’éleve au milieu de la plaine entre ces hautes montaignes ; assise ladicte Ville, audessous du dict Fort, sur la riviere d’Isère qui passe à Grenoble, à sept lieues dudict lieu. Je santois là évidammant l’excellance des huiles d’Italie : car celes de deça commancoint à me faire mal à l’estomac, là où les autres jamais ne me revenoint à la bouche. Vinmes disner à

CHAMBERI, deux lieues, Ville principale de Savoie, petite, belle & marchande, plantée entre les mons, mais en un lieu où ils se reculent fort & font une bien grande plaine. De là nous vinmes passer le Mont du Chat, haut, roide & piereus, mais nullemant dangereus ou mal aisé, au pied duquel se siet un grand lac, & le long d’icelui un Château nomé Bordeau, où se font des espées de grand bruit ; & au giste à

HYENE, quatre lieues, petit Bourg. Le Dimanche matin nous passâmes le Rosne que nous avions à notre mein droite, après avoir passé sur icelui un petit Fort que le Duc de Savoie y a basti entre des rochers qui se serrent bien fort ; & le long de l’un d’iceux y a un petit chemin étroit au bout duquel est ledict Fort, non guiere différant de Chiusa, que les Vénitiens ont planté au bout des montaignes du Tirol. De là continuant tousiours le fond entre les montaignes, vinmes d’une trete à

S. RAMBERT, sept lieues, petite vilete audict vallon. La pluspart des Villes de Savoie ont un ruisseau qui les lave par le milieu ; & les deux costés jusques audict ruisseau où sont les rues, sont couverts de grans otervans, en maniere que vous y êtes à couvert & à sec en tout tamps ; il est vrai que les boutiques en sont plus obscures. Le Lundi six de Novambre, nous partismes au matin de S. Rambert, auquel lieu le sieur Francesco Cenami, Banquier de Lyon, qui y étoit retiré pour la peste, m’envoïa de son vin & son neveu, aveq plusieurs très-honnestes complimans. Je partis de là Lundi bon matin, & après estre enfin sorti tout-à-faict des montaignes, comançai d’antrer aus plaines à la Francèse. Là je passai en bateau la riviere d’Ain, au pont de Chesai, & m’en vins d’une trete à

MONLOEL, six lieues, petite Ville de grand passage appartenante à Monsieur de Savoie, & la derniere des sienes. Le Mardi après-dîner, je prins la poste & vins coucher

LYON, deux postes, trois lieues. La Ville me pleut beaucoup à la voir. Le Vandredi j’achetai de Joseph de la Sone, trois courtaus neufs par le billot deux cens escus ; & le jour avant avois acheté de Milesieu un cheval de pas de cinquante escus, & un autre courtaut trente trois. Le Samedi, jour de S. Martin, j’eus au matin grand mal d’estomac, & me tins au lit jusques après midi qu’il me print un flux de ventre ; je ne disnai point & soupai fort peu. Le Dimanche douze de Novambre, le sieur Alberto Giachinotti Florentin, qui me fit plusieurs autres courtoisies, me dona à disner en sa maison, & m’offrit à prester de l’argent, n’aïant eu connoissance de moi que lors. Le Mercredi 15 de Novambre 1581, je partis de Lyon après disner, & par un chemin montueus vins coucher à

BORDELIERE, cinq lieues, village où il n’y a que deus maisons. De là le Jeudi matin, fimes un beau chemin plein, & sur le milieu d’icelui près de Fur, petite vilette, passâmes à bateau la riviere de Loire, & nous randismes d’une trete à

L’HOSPITAL, huit lieues, petit bourg clos. De là, vandredi matin, suivismes un chemin montueus, en tamps aspre de nèges, & d’un vant cruel, contre lequel nous venions & nous randismes à

TIERS, six lieues ; petite Ville sur la riviere d’Allier fort marchande, bien bâtie & peuplée. Ils font principalemant trafiq de papier, & sont renomés d’ouvrages de couteaus & cartes à jouer. Elle est également distante de Lyon, de St Flour, de Moulins & du Puy. Plus je m’approchois de chés moi, plus la longur du chemin me sambloit ennuïeuse ; & de vrai, au conte des journées, je n’avois été à mi chemin de Rome à ma maison, qu’à Chamberi pour le plus. Cette vile est des terres de la maison de . . . apartenant à M. de Montpansier. J’y fus voir faire les cartes chés Palmier. Il y a autant d’ouvriers & de façon à cela qu’à une autre bone besouigne. Les cartes ne se vandent qu’un sol les comunes, & les fines deux carolus. Samedi nous suivismes la plaine de la Limaigne grasse ; & après avoir passé à bateau la Doare & puis l’Allier, vinmes coucher au

PONT DU CHATEAU, quatre lieues. La peste a fort persécuté ce lieu-là, & en ouis plusieurs histoires notables. La maison du Seigneur, qui est le manoir paternel du Viconte de Canillac, fut brûlée ainsi qu’on la vouloit purifier à tout du feu. Ledict sieur envoïa vers moi un de ses jans, aveq plusieurs offres verbales, & me fit prier d’escrire à M. de Foix pour la recomandation de son fils qu’il venoit d’envoïer à Rome. Le Dimanche 19 de Novambre, je vins disner à

CLERMONT, deus lieues, & y arrêtai en faveur de mes jeunes chevaux. Lundi 20, je partis au matin, & sur le haut du Pui de Doume, randis une pierre assés grande, de forme large & plate, qui étoit au passage despuis le matin, & l’avois santie le jour auparavant, seulemant au bout de la verge ; & comme elle vousit choir en la vessie, la santis aussi un peu aus reins. Elle n’étoit ni molle ni dure. Je passai à Pongibaut, où j’alai saluer en passant Madame de la Fayette, & fus une demie-heure en sa salle. Cete maison n’a pas tant de beauté que de nom ; l’assiete en est leide plustost qu’autremant ; le jardin petit, quarré, où les allées sont relevées de bien 4 ou 5 pieds : les carreaus sont en fons, où il y a force fruitiers & peu d’herbes, les côtés desdicts carreaus einsin enfoncés, revetus de pierre de taille. Il faisoit tant de nège, & le temps si aspre de vant froit, qu’on ne voïoit rien du païs. Je vins coucher à

PONT-A-MUR, sept lieues, petit village. Monsieur & Madame du Lude étoint à deus lieues de là. Je vins landemain coucher à

PONT-SARRANT, petit village, six lieues. Ce chemin est garni de chetifves hostelleries jusques à Limoges, où toutes fois il n’y a faute de vins passables. Il n’y passe que Muletiers & Messagiers qui courent à Lyon. Ma teste n’étoit pas bien ; & si les orages & vans frédureus & pluies y nuisent, je lui en donois son soul en ces routes-là, où ils disent l’hiver estre plus aspre qu’en lieu de France. Le Mercredi 22 de Novambre de fort mauvais tamps, je partis de là, & aïant passé le long de Feletin, petite Ville qui samble estre bien bastie, situé en un fons tout entourné de haus costaus, & étoit encore demi déserte pour la peste passée, je vins coucher à

CHASTEIN, cinq lieues, petit méchant village. Je beus là du vin nouveau & non purifié, à faute du vin vieus. Le Jeudi 23 aïant tousiours ma teste en cet estat, & le tamps rude, je vins coucher à

AUBIAC, cinq lieues, petit village qui est à Monsieur de Lausun. De là je m’en vins coucher landemain à

LIMOGES, six lieues, où j’arrêtai tout le Samedi, & y achetai un mulet quatre vingt dix écus-sol, & païai pour charge de mulet de Lyon là, cinq escus, aïant esté trompé en cela de 4 livres ; car toutes les autres charges ne coutarent que trois escus & deus tiers d’escu. De Limoges à Bourdeaus on païe un escu pour çant. Le Dimanche 26 de Novambre, je partis après disner de Limoges, & vins coucher aus

CARS, cinq lieues, où il n’y avoit que Madame des Cars. Le Lundi vins coucher à

TIVIE, six lieues. Le Mardi coucher à

PERIGUS, cinq lieues. Le Mercredi coucher à

MAURIAC, cinq lieues. Le Jeudi jour de St. André, dernier Novambre, coucher à

MONTAIGNE, sept lieues : d’où j’étois partis le 22 de Juin 1580 pour aller à la Fere. Par-einsin avoit duré mon voyage 17 mois 8 jours.

FIN